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	<title>Blog Comunicazione &#187; società</title>
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		<title>iPad: perché è rivoluzionario.</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 09:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Probabilmente già tutti sapete tutto dell’iPad, e in questa sede non abbiamo intenzione di ripetere i discorsi che avete già letto altrove. Eppure c’è ancora qualcosa da dire.
Ieri Steve Jobs ha scritto una pagina di storia, e lo sapeva. Ai suoi collaboratori di Cupertino nei giorni scorsi aveva confessato di esser consapevole che l’iPad fosse l’innovazione più importante di tutta la sua carriera (ricordiamo che Jobs è il padre dell’iPod e dell’iPhone, non l’ultimo degli sprovveduti), e in effetti la nuova creatura Apple ha tutti i numeri per rivoluzionare per ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="ipad" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/jobs.jpg" alt="ipad" width="584" height="243" /></p>
<p>Probabilmente già tutti sapete tutto dell’<strong>iPad</strong>, e in questa sede non abbiamo intenzione di ripetere i discorsi che avete già letto altrove. Eppure c’è ancora qualcosa da dire.</p>
<p>Ieri <strong>Steve Jobs</strong> ha scritto una pagina di storia, e lo sapeva. Ai suoi collaboratori di Cupertino nei giorni scorsi aveva confessato di esser consapevole che l’iPad fosse l’<strong>innovazione più importante di tutta la sua carriera</strong> (ricordiamo che Jobs è il padre dell’iPod e dell’iPhone, non l’ultimo degli sprovveduti), e in effetti la nuova creatura Apple ha tutti i numeri per rivoluzionare per sempre il nostro modo di percepire la tecnologia.</p>
<p>Dopo il lancio alcuni lo hanno definito come un iPhone gigante, altri come un <em>netbook touchscreen</em>, altri come un <em>e-book reader</em> multimediale, altri come un <em>tablet pc</em> con molti limiti. Ma la sostanza è solo una: a Cupertino hanno sfornato un device talmente innovativo da non trovare una sola definizione, in grado di avere un impatto sulla comunicazione e navigazione in mobilità mai visto. Vediamolo in azione:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/9q1RithxrzY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/9q1RithxrzY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>La comunicazione Apple</strong></p>
<p>Come al solito l’arrivo di un nuovo prodotto Apple è preceduto da un’<strong>attenzione mediatica altissima</strong>. Questo perché a <em>Infinite Loop</em>, sede della Mela, sono maestri nel costruire un’attesa spasmodica da parte dei media. Ma anche perché, per qualche misteriosa ragione, al mondo non esiste (ancora) un vero <em>competitor</em> in grado di disturbare i sonni dell’iCEO e offrire prodotti altrettanto innovativi.</p>
<p>La presentazione dell’iPad non era stata deliberatamente annunciata, ma era nell’aria. Una fuga controllata di <em>rumors</em> dagli uffici Apple aveva già messo in allerta Redmond, che aveva improvvisato insieme a <strong>HP</strong> la <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=apwIiqIKf84" target="_blank">presentazione estremamente imbarazzante</a> di un Tablet Pc</strong> di cui non aveva diffuso specifiche tecniche, prezzo, data di uscita o immagini dell’oggetto in azione. Il nulla, insomma.</p>
<p>Quindi, tramite un giornalista del Wall Street Journal,  avevano fatto trapelare che il nuovo prodotto si sarebbe chiamato <strong>iSlate</strong>. E immediatamente HP si era affrettata a ribattezzare il proprio tablet ‘<em>slate pc</em>’. Ma nel frattempo la ditta IP Application Development (IPAD), riconducidibile alla Slate Computing Co. (<strong>scatole cinesi manovrate da Apple</strong>), rivendicava legalmente negli USA il trademark iPad, precedentemente registrato da Fujitsu.</p>
<p>E a quel punto era ovvio che ‘iPad’, corto, incisivo e così simile a quell’iPod che ha dettato legge negli anni scorsi, fosse il nome ideale per creare nuovamente un riferimento dal quale il mercato futuro non potrà prescindere.</p>
<p>Poi sono arrivate le <strong>prime pagine</strong> dei giornali di tutto il mondo. Vi pare accada per altre aziende o prodotti?</p>
<p><strong>Perché è una rivoluzione?</strong></p>
<p><strong>L’iPad già divide</strong>. Mentre infatti i riflettori di mezzo mondo sono puntati sul tablet, i geek tecno-maniaci, capaci di un’autoreferenzialità senza paragoni, si affrettano a lamentare l’eccessiva somiglianza con il melafonino, l’assenza di una webcam, di un GPS o dell’implementazione della (pessima) tecnologia Adobe Flash. Ma non vedono al di là del proprio naso.</p>
<p>Pure prescindendo da quelli che sono ovvi spazi per implementazioni successive (la differenziazione del prodotto consiste anche nel calcolo del giusto <em>timing</em>), con il suo tablet dal software intuitivo, funzionale e affidabile, Apple immette sul mercato un <strong>cavallo di Troia</strong> per entrare in quei settori della <strong>vita quotidiana</strong> in cui i PC, netbook compresi, e gli smartphone ancora non avevano sfondato. Gli incontri tenuti nei mesi scorsi dagli inviati di Cupertino con i medici del <em>Cedars-Sinai Medical Center</em> di Los Angeles dimostrano proprio questo.</p>
<p>Immaginate l’impatto di un oggetto intuitivo e versatile come questo (e dal costo tanto contenuto per la versione base) nella vita di tutti i giorni. Immaginate dei <strong>medici</strong> <strong>ospedalieri</strong> le cui ‘cartelline’ sono sempre aggiornate in tempo reale, interconnesse e dotate di software specifici. Immaginate gli stessi benefici applicati alla<strong> pubblica</strong> <strong>amministrazione</strong> (anche se in Italia siamo ancora nel terzo mondo) o al <strong>commercio</strong>. Immaginate la carta risparmiata nella <strong>stampa dei quotidiani</strong>, senza che però venga persa l’abitudine di comprare il giornale elettronico e ‘sfogliarlo’ dalla propria poltrona preferita. Immaginate <strong>gli studenti</strong> che non sono più costretti ad andare a scuola <strong>carichi di libri</strong> perché sono tutti contenuti in un unico <em>device</em> multitouch (il cui costo, confrontato alla spesa media per i libri di un corso di studi, è tutt’altro che proibitivo). Insomma, da ieri il mercato sarà costretto a inseguire Apple e il futuro è più vicino che mai.</p>
<p><strong>I segreti del design.</strong></p>
<p>Cosa rende un prodotto Apple così differente da quelli della concorrenza? L’hardware interno spesso non è il più performante, così come in alcuni casi il <em>pricing</em> non è dei più vantaggiosi. Il vantaggio competitivo però c’è, e risiede nelle soluzioni innovative, il software progettato allo stato dell’arte e nel design. D’altronde il vecchio motto della Mela era “<em>think different</em>”.</p>
<p>Approfondiamo. L’iPad, visto da spento, sarebbe <strong>un oggetto terribile</strong>. Bello ed essenziale, sì, ma in sostanza una tavoletta piatta e squadrata che vìola il più basilare dei principi del design: <strong>la <em>affordance</em></strong>. L’<em>affordance</em>, o invito all’uso, è la presenza in un oggetto di proprietà materiali, reali o percepite, che suggeriscono immediatamente come si potrebbe usare un oggetto. E ovviamente un iPad spento non suggerisce un bel niente,  se non l’uso come vassoio per servire bibite ai nostri amici.</p>
<p>Ma qui entra in gioco l’<em>affordance</em> virtuale suggerita da un’interfaccia di primissimo livello, e, soprattutto, il <strong>principio del mimetismo</strong>. Nella progettazione, l’imitazione di oggetti, organismi o ambienti noti allo scopo di ottenere vantaggi da un’associazione metaforica con essi (nota appunto come mimetismo di superficie, comportamentale e funzionale) permette di abbattere la soglia di apprendimento di una tecnologia rendendola fruibile a un pubblico vastissimo.</p>
<p>Unite questa vocazione generalista a una dimensione abbastanza generosa da non far rimpiangere gli oggetti reali, e avrete un’esperienza che lentamente (ma neanche troppo) si insinuerà in ogni aspetto della nostra vita quotidiana.</p>
<p>P.s.: Ancora una volta, nelle immagini promozionali Apple, l’orologio segna le 9:42. Forse il successo Apple è solo merito della scaramanzia di Steve Jobs?</p>
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		<title>È fatta: Google dice no alla censura Cinese.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:16:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La natura pervasiva della rete  è difficile da controllare. Già in passato abbiamo commentato il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.
L’Iran di Ahmadinejad però non è la Cina di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico schierarsi contro la censura ha costi ben diversi. (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="google dice no alla censura" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/cina.jpg" alt="google dice no alla censura" width="584" height="243" /></p>
<p>La natura pervasiva della rete  è difficile da controllare. Già in passato <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/06/16/elezioni-in-iran-la-censura-e-la-rete/" target="_blank">abbiamo commentato</a> il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.</p>
<p>L’Iran di Ahmadinejad però non è la <strong>Cina</strong> di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico <strong>schierarsi contro la censura</strong> ha costi ben diversi. Per le multinazionali del web infatti non scendere a patti con i controllori della superpotenza <strong>significherebbe</strong> incorrere in oscuramento certo e quindi <strong>rinunciare a un mercato di 300 milioni di utenti</strong>: un bacino ormai superiore anche all’utenza internet statunitense e decisamente allettante.</p>
<p>Per queste ragioni, nonostante il popolo di Seattle abbia insegnato ai colletti bianchi la convenienza in termini di vantaggio competitivo offerta da una condotta etica dell’impresa (e nonostante l’atavica allergia alle regole dei guru di internet), i numeri uno del web hanno via via capitolato alle richieste del governo cinese, escludendo dai propri siti una nutrita lista di argomenti sgraditi alla sala dei bottoni (su tutte le spinose questioni del Tibet e dello Xinjang).</p>
<p>Così <strong>Yahoo!</strong>, <strong>collaborazionista</strong> numero uno insieme al portale cinese Baidu, è arrivata ad eliminare il 97% delle keyword scottanti, nonché a coadiuvare la polizia locale sin dal 2002 nella <a href="http://punto-informatico.it/1461527/PI/News/dissidenti-cinesi-nuove-accuse-yahoo.aspx" target="_blank"><strong>caccia ai dissidenti</strong></a> e addirittura a consegnare spontaneamente alle autorità cinesi la corrispondenza di alcuni attivisti democratici (suscitando ufficialmente le ire di Julien Pain, responsabile di Reporters Sans Frontières). Altri attori del web non sono stati da meno, e così <strong>Google ha bloccato l’83% dei contenuti proibiti</strong>, <strong>MSN Search il 78%</strong> e <strong>Apple ha censurato</strong> dall’AppStore per iPhone <strong>due applicazioni</strong> riguardanti il Dalai Lama.</p>
<p>In questo sconfortante panorama di asservimento e business è però successo qualcosa, qualcosa di molto importante. <strong>Ieri Google ha detto no</strong>.</p>
<p>Dal blog ufficiale dell’azienda <a href="http://googleblog.blogspot.com/2010/01/new-approach-to-china.html" target="_blank">arriva l’annuncio</a> di “un nuovo approccio verso la Cina”. Intorno alla metà di dicembre i server di Gmail, il servizio di posta made in Mountain View, hanno subito una <strong>pesante offensiva da parte di hacker</strong> intenzionati a intercettare la corrispondenza privata degli attivisti per i diritti umani. Questi attacchi, il cui mittente viene solo tacitamente riconosciuto nei leader della Repubblica Popolare, rappresentano chiaramente <strong>un’attività di</strong> <strong>spionaggio di stato finalizzata alla soppressione dei diritti umani e civili</strong>.</p>
<p>Evidentemente, a casa di Brin e Page, qualcuno si è reso conto che quando si fanno compromessi al ribasso il gioco non vale la candela, e che per un’azienda il cui motto è “<em>don’t be evil</em>” c’era qualche contraddizione di troppo. Così è arrivata la decisione, e da oggi verranno <strong>ufficialmente rimossi tutti i filtri censori</strong> da parte del motore statunitense, mentre alla casa base si valuta l’eventualità non troppo remota della chiusura della sede Cinese.</p>
<p>Il dietrofront dell’attore numero uno del web apre <strong>scenari interessanti</strong>. L’idea che le regole della rete possano stravolgere i meccanismi tradizionali dell’economia torna ad affacciarsi alla mente dei più ottimisti, e intanto in molti iniziano a farsi una domanda: se il business con la ‘G’ maiuscola si tira indietro davanti al calpestamento dei diritti umani, quanto potere rimane ai regimi? <strong>Hu Jintao cambierà rotta</strong>? <strong>Diteci la vostra nei commenti</strong>!</p>
<p style="text-align: center;">
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		<title>Ascoltare con la pelle.</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/30/ascoltare-con-la-pelle/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 09:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A tutti è capitato di ascoltare discorsi particolarmente toccanti, certo, ma probabilmente non tutti sanno che le parole possono effettivamente toccare i recettori nervosi della nostra pelle.
Uno studio dell’università della British Columbia pubblicato su Nature dimostra infatti come l’epidermide umana sia capace di ‘ascoltare’ le onde sonore emesse dal nostro interlocutore. (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="pelle e udito" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/tatto.jpg" alt="pelle e udito" width="584" height="243" /></p>
<p>A tutti è capitato di ascoltare discorsi particolarmente toccanti, certo, ma probabilmente non tutti sanno che <strong>le parole possono effettivamente toccare i recettori nervosi della nostra pelle</strong>.</p>
<p>Uno studio dell’università della British Columbia pubblicato su Nature dimostra infatti come l’epidermide umana sia capace di ‘ascoltare’ le onde sonore emesse dal nostro interlocutore. L’aria trattenuta e poi rilasciata in un breve soffio alla fine della pronuncia di determinati suoni (in particolare di doppie  e consonanti occlusive) ha un impatto sensoriale sui ricettori del tatto che serve al nostro cervello per comprendere con più chiarezza la natura del suono percepito.</p>
<p>L’<strong>esperimento</strong> condotto dagli scienziati della <strong>British Columbia</strong> su un campione di 66 soggetti prevedeva che i partecipanti, bendati, ascoltassero sequenze di sillabe con e senza consonanti occlusive (“pa” e “ta”, “ba” e “da”) e riferissero quanto sentito. Le sillabe, pronunciate da una voce maschile e trasmesse attraverso una cuffia in-ear, erano rese più ‘rumorose’ al fine di renderne più difficile il riconoscimento. In taluni casi una pompetta sincronizzata con l’audio trasmesso in cuffia emetteva debolissimi sbuffi d’aria in direzione del dorso della mano dell’ascoltatore o della base del collo, immediatamente sopra lo sterno.</p>
<p>Le evidenze empiriche hanno dimostrato come la comprensione delle sillabe “pa” e “ta” fosse sensibilmente più alta se accompagnata dallo stimolo ‘tattile’, mentre quella dei suoni “ba” e “da” era resa più difficile se accompagnata da uno spostamento d’aria ‘incoerente’ con il suono ascoltato.</p>
<p><strong>La comprensione delle parole</strong> quindi è il <strong>risultato di un’interazione estremamente complessa</strong> che chiama in causa fattori solo apparentemente irrilevanti. In un’epoca di virtualizzazione e spersonalizzazione, è interessante ragionare ancora su quale possa essere <strong>la giusta distanza per capirsi meglio</strong>. E gli esperti di marketing sensoriale ringraziano.</p>
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		<title>Le100leggi #004: il rasoio di Occam</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 11:26:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ludwig Mies van der Rohe, architetto tedesco celebre per il suo straordinario gusto per l’essenzialità di una progettazione ‘pelle e ossa’ (“skin and bone”), ha coniato uno dei motti di maggior successo della modernità: “il meno è più” (“less is more”).
Questa idea di privilegiare un approccio pulito e minimalista al design riscontra da qualche decennio una fortuna tanto indiscussa da essere assurto a ‘comandamento’ per il designer contemporaneo (il fantastico duo Jobs e (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="occam" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/razor.jpg" alt="occam" width="584" height="243" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><em>Esistono 100 leggi essenziali, 100 principi tanto fondamentali da essere i pilastri sui quali si regge l’intero mondo della comunicazione e del design. Nella rubrica “le100leggi” scopriremo insieme queste regole, approfondendone una alla volta, con lo scopo di imparare a costruire e comprendere a fondo gli artefatti comunicativi. La </em><strong><em>regola di oggi</em></strong><em> riguarda la necessità di una progettazione essenziale e risponde al nome di </em><strong><em>rasoio di Occam</em></strong><em>.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ludwig Mies van der Rohe, architetto tedesco celebre per il suo straordinario gusto per l’essenzialità di una progettazione ‘pelle e ossa’ (“<em>skin and bone</em>”), ha coniato uno dei motti di maggior successo della modernità: “<strong>il meno è più</strong>” (“<em>less is more</em>”).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa idea di privilegiare un approccio pulito e minimalista al design riscontra da qualche decennio una fortuna tanto indiscussa da essere assurto a ‘comandamento’ per il designer contemporaneo (il fantastico duo Jobs e Ive di casa <strong>Apple</strong> ne sa qualcosa). A voler formalizzare questo principio secondo il quale nel design la semplicità è da preferire alla complessità si può però ricorrere a un nome preciso: quello di ‘<strong>rasoio di Occam</strong>’.</p>
<p style="text-align: justify;">Guglielmo di Occam sosteneva che “<strong>le cose essenziali non devono essere moltiplicate oltre la necessità</strong>”. Allo stesso tempo Aristotele diceva che “<strong>la natura opera nel modo più veloce possibile</strong>”, Grossatesta che “<strong>date circostanze uguali, è migliore e più apprezzabile ciò che richiede meno elementi</strong>”, Newton sosteneva che “<strong>bisogna ammettere solo quelle cause che sono necessarie per spiegare i fenomeni</strong>” e infine anche Einstein ribadiva la necessità di “<strong>rendere le cose semplici, non semplificarle</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea che soggiace al principio del rasoio di Occam è che <strong>gli elementi superflui riducono l’efficienza del design</strong> <strong>e aumentano</strong> esponenzialmente <strong>le probabilità di conseguenze impreviste</strong>. In presenza di una progettazione funzionale e intuitiva, la ridondanza non può che peggiorare le prestazioni. Senza contare che a livello estetico  l’eliminazione di elementi superflui ha il senso di un ‘taglio’ delle impurità che riporta alla straordinaria pulizia della linea e della forma. A volte anche in ambiti imprevedibili. Avete presente la homepage di <strong>Google</strong>?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Idee forti. Gestire la credibilità.</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/14/idee-forti-gestire-la-credibilita/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 16:37:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le idee che fanno presa, le cosiddette ‘idee forti’, sono quelle idee di successo in grado di esser facilmente ricordate e comprese e che risultano efficaci nel condizionare i pensieri e i comportamenti di un vasto numero di persone. Tali idee, nella loro eterogeneità, devono comunque rispettare sei principi fondamentali riassunti dall’acronimo SUCCESs (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="credibilità" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/glue.jpg" alt="credibilità" width="584" height="243" /></p>
<p><strong><em>Le idee che fanno presa</em></strong><em>, le cosiddette ‘idee forti’, sono quelle idee di successo in grado di esser <strong>facilmente ricordate e comprese</strong> e che risultano <strong>efficaci nel condizionare i pensieri e i comportamenti</strong> di un vasto numero di persone. Tali idee, nella loro eterogeneità, devono comunque rispettare <strong>sei principi fondamentali</strong> riassunti dall’acronimo SUCCESs (<strong>simple, unexpected, concrete, credentialed, emotional, stories</strong>) e devono cioè essere semplici, inaspettate, concrete, credibili, emotivamente coinvolgenti e in grado di esser percepite come storie. Oggi ci concentreremo sul <strong>fattore credibilità</strong>, raccontando la storia<strong> </strong>di <strong>due medici</strong> molto ambiziosi.</em></p>
<p>Nel corso della propria vita, in occidente, una persona su dieci avrà un’<strong>ulcera</strong>. Si è sempre ritenuto che la corrosione delle pareti gastriche tipica delle ulcere fosse dovuta a una produzione eccessiva di acidi, e si pensava che le principali cause di questa patologia potessero essere solo lo stress o l’abuso di cibi piccanti e sostanze alcoliche.</p>
<p>All’inizio degli <strong>anni ‘80</strong> gli australiani <strong>Barry Marshall e Robin Warren</strong> fecero però <strong>una scoperta sorprendente:</strong> <strong>la causa</strong> dell’ulcera gastrica <strong>non erano gli acidi ma un batterio spiraliforme</strong> (in seguito battezzato <em>Helicobacter Pylori</em>). L’importanza di questa scoperta risiedeva nella novità di poter curare in pochissimi giorni la malattia con una semplice terapia antibiotica, <strong>eppure</strong>, nonostante i due avessero dato straordinarie prospettive di guarigione ad alcune centinaia di milioni di esseri umani, <strong>la comunità scientifica li aveva totalmente ignorati</strong>. Nessuno credeva alla loro scoperta.</p>
<p>Gli acidi gastrici sono in grado di sciogliere tanto una bistecca quanto un chiodo di ferro, e all’epoca era difficile credere che dei batteri potessero proliferare in un ambiente tanto ostile. A peggiorare la situazione c’era il fatto che <strong>i due</strong> personaggi da cui veniva la notizia non erano dei ricercatori di fama, bensì rispettivamente <strong>un patologo dell’ospedale di Perth e un internista tirocinante</strong>.</p>
<p><strong>Isolati dalla comunità medica</strong>, nonostante i numerosi tentativi, Marshall e Warren non riuscirono a ottenere una sola pubblicazione su nessuna rivista di settore, e anzi alla presentazione pubblica della scoperta, il fatto che le conclusioni fossero state tratte da una correlazione e non da un rapporto di causalità (non tutti gli individui infestati dall’<em>H. Pylori</em> avevano l’ulcera) aveva fatto definitivamente cadere nel dimenticatoio la notizia.</p>
<p><strong>Nel 1984</strong>, quando la frustrazione si era definitivamente sostituita alla pazienza, <strong>il patologo</strong> decise di fare una dimostrazione pubblica: <strong>bevve deliberatamente un bicchiere di acqua contenente almeno un miliardo di batteri elicoidali</strong>. Nei giorni successivi, al sopravvenire di forti dolori gastrici, usando un endoscopio dimostrò quindi come le pareti precedentemente sane del suo stomaco presentassero ora segni di una gastrite ulcerosa, e in seguito, dopo la cura a base di antibiotici e bismuto, come questa fosse completamente sparita. Eppure nonostante un rinnovato interesse per la questione, neanche questo bastò: alcuni scienziati trovarono da cavillare riguardo al fatto che l’ulcera fosse solo a uno stadio iniziale. Negli anni successivi, nonostante l’appassionata battaglia degli australiani, la loro credibilità migliorò ma non di molto.</p>
<p>Ci fu poi un momento nel quale Marshall e Warren riuscirono a trovare riscatto.</p>
<p><strong>Nel 2005</strong> venne dato al mondo un annuncio che avrebbe rimescolato le carte in tavola: un patologo di provincia e un ex internista <strong>avevano vinto il premio Nobel per la medicina</strong>. A quel punto nessuno mise in discussione l’attendibilità della commissione insignita dal governo Svedese, e gli sfortunati scienziati australiani poterono finalmente godersi i meritati riconoscimenti. Tutti erano pronti a dire di aver sempre riconosciuto il ruolo dell’<em>Helicobacter Pylori</em> nella formazione dell’ulcera.</p>
<p><strong>Perché quasi nessuno aveva mai creduto</strong> alla scoperta prima dell’ufficializzazione data dal premio Nobel? E perché la dimostrazione autolesionista organizzata da Marshall aveva svolto un ruolo fondamentale nel riconoscimento del traguardo medico?</p>
<p>La <strong><em>credibilità esterna</em></strong> del premio Nobel, cioè la capacità di un contesto ambientale o di uno status di suscitare sentimenti positivi condivisi, compensava la scarsa attendibilità della quale godevano i profili professionali degli australiani agli occhi di preclari ricercatori ben più blasonati. Allo stesso tempo la <strong><em>credibilità interna</em></strong><em> </em>della dimostrazione fornita da Barry Marshall, che godeva di un’oggettività intrinseca, era perfettamente in grado di sedimentarsi, pur lentamente, come <strong>un’idea forte</strong>: era semplice, concreta, sorprendente, fattuale, emotiva e narrativa. I ‘numeri’ c’erano tutti.</p>
<p>Certi punti sono fondamentali da rispettare, sia che vi sentiate delle cassandre inascoltate, sia che siate dei leader populisti che intendono manipolare l’opinione pubblica seguendo <em>step</em> ben determinati e organizzati. <strong>La verità c’entra poco con la credibilità</strong>, lo dimostra l’esistenza delle leggende metropolitane (e non solo).</p>
<p style="text-align: center;">
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		<title>Facebook rafforza il sistema immunitario.</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/03/facebook-rinforza-il-sistema-immunitario/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 11:19:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il leviatano Facebook ha raggiunto quota 350.000.000 di iscritti, e mentre le vicende del suo creatore stanno per essere trasposte in un film per il grande schermo da David Fincher e sta per debuttare una nuova interfaccia grafica, Zuckerberg raggiunge per (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="facebook e salute" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/fbpills.jpg" alt="facebook e salute" width="584" height="243" /></p>
<p>Il leviatano <strong>Facebook</strong> ha raggiunto quota <strong>350.000.000 di iscritti</strong>, e mentre le vicende del suo creatore stanno per essere trasposte in un <a href="http://www.badtaste.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=10621&amp;Itemid=29" target="_blank"><strong>film</strong> per il grande schermo</a> da <strong>David Fincher </strong>e sta per debuttare una <a href="http://www.geekissimo.com/2009/11/30/facebook-aggiorna-di-nuovo-la-sua-interfaccia-grafica/" target="_blank"><strong>nuova interfaccia</strong> grafica</a>, <strong>Zuckerberg</strong> raggiunge per la prima volta il suo popolo virtuale con una <strong>lettera aperta</strong> nella quale annuncia importanti<strong> cambiamenti al sistema di privacy</strong> del social network, incentrati principalmente sull’abolizione delle reti geografiche.</p>
<p>Altra tangibile testimonianza della vitalità di Facebook è il <strong>No-B Day</strong>, manifestazione politica apartitica di dissenso all’attuale governo che promette di dimostrare come, anche nell’organizzazione della rappresentanza civile, la spontaneità dei gruppi Facebook possa rivelarsi molto più efficace di una rappresentanza politica ufficiale sempre più scollata dalla propria base. A prescindere dal colore politico, <strong>una vittoria della rete</strong> sugli strumenti &#8216;tradizionali&#8217;.</p>
<p>Ma il network sociale per antonomasia e le possibilità di aggregazione offerte dai suoi <strong>gruppi e fanpage</strong> sempre più numerosi (e fortunatamente sempre un po’ meno inutili), in che modo possono influire sulla nostra salute e psicologia? La nascita di movimenti <em>grassroots</em> proprio da Facebook e la facilità di coordinare attività sociali reali sulla piattaforma virtuale, <strong>possono aiutarci a prevenire gravi problemi di salute</strong>?</p>
<p>Sembra una domanda alquanto eccentrica, ma la risposta è assolutamente netta, ed è un sonoro “sì”. Appartenere in modo attivo a molti gruppi sociali, siano essi legati a uno status, a un obiettivo comune o a un interesse, fa bene tanto al corpo quanto alla mente.</p>
<p>Bernardette Boden-Albala, ricercatrice della Columbia University, ha dimostrato come, in un campione di 655 pazienti colpiti da <strong>Ictus</strong>, quelli socialmente isolati avevano una possibilità quasi raddoppiata di avere un nuovo ictus nei cinque anni successivi al primo. <strong>L’esclusione da gruppi sociali</strong> risultava addirittura <strong>più pericolosa di fattori di rischio tradizionali</strong> come la cardiopatia coronarica, che aumentavano la probabilità di un nuovo attacco ‘solo’ del 30%.</p>
<p>L’isolamento dalle reti sociali sembra però non avere conseguenze negative solo su pazienti affetti da particolari patologie: Karen Ertel, Maria Glymour e Lisa Berkman della Harvard School of Public Health hanno monitorato 16.638 anziani per un periodo di sei anni, e al termine del periodo di ricerca hanno rilevato un legame particolarmente importante tra inserimento sociale e conservazione delle funzionalità mnestiche: chi era <strong>socialmente attivo</strong> aveva una <strong>perdita di memoria decisamente più contenuta degli individui meno integrati</strong>.</p>
<p>Addirittura, secondo una ricerca della Carnegie Mellon University pubblicata su “Psychological Science”, risulta che gli <strong>individui meno socievoli</strong> hanno paradossalmente <strong>il doppio delle probabilità di contrarre un comune raffreddore</strong>.</p>
<p>Allo stato attuale solo una percentuale infinitesimale dei gruppi presenti su Facebook ha una reale corrispondenza nella vita di tutti i giorni, ma la progressiva diffusione del social network come medium personale lascia presupporre scenari nei quali l’organizzazione sociale possa essere estremamente facilitata. In attesa di evidenze empiriche più pertinenti, non resta che sperare che ogni volta che clicchiamo il pulsante ‘mi piace’ aumenti il nostro senso di appartenenza a qualche gruppo (insieme alle nostre difese immunitarie).</p>
<p>Mi piace.</p>
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		<title>Lo spirito del tempo.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 15:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi, prendendo spunto da alcune interessanti notizie della settimana (che menzioneremo alla fine), abbiamo l'ambizione di cercare di capire un po' di più lo spirito del nostro presente e del nostro futuro. Per farlo ricorderemo eventi apparentemente lontani tra loro. Ma si tratta solo di unire i puntini.
Nel 1964 Marshall McLuhan, nelle pagine di Understanding Media, conia il termine ‘Villaggio Globale’. Per decenni la fortuna del neologismo sarà legata al medium televisivo, da molti (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="lo spirito del tempo" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/11/zeitgeist.jpg" alt="lo spirito del tempo" width="584" height="243" /></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, prendendo spunto da alcune interessanti notizie della settimana (che menzioneremo alla fine), abbiamo l&#8217;ambizione di cercare di <strong>capire</strong> un po&#8217; di più <strong>lo spirito del nostro presente</strong> e del nostro futuro. Per farlo ricorderemo eventi apparentemente lontani tra loro. Ma si tratta solo di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=nFKY8CVwOaU" target="_blank">unire i puntini</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1964 Marshall McLuhan, nelle pagine di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Understanding_Media:_The_Extensions_of_Man" target="_blank">Understanding Media</a>, conia il termine ‘<strong>Villaggio Globale</strong>’. Per decenni la fortuna del neologismo sarà legata al medium televisivo, da molti prontamente identificato come l’attualizzazione tecnologica della visione del sociologo canadese.<br />
<strong>La televisione</strong>, come tutte le tecnologie, ha una <strong>parabola discendente</strong> e, soprattutto, attraversa un processo dialettico che prima del suo declino la porta a trasformarsi da strumento in grado di unire le famiglie a causa di disgregazione e isolamento sociale.<br />
Negli anni 80, mentre Umberto Eco saluta la nascita della <strong>neotelevisione</strong>, prende piede uno strumento tecnologico che avrebbe rivoluzionato per sempre la fruizione della musica: il <strong>Walkman</strong> di Sony. Alberto Abruzzese, nel suo Lessico della Comunicazione, offre un’interessante lettura di questa tecnologia di <strong>isolamento generazionale</strong>. Intanto, nel 1981, esordisce nell’etere un canale televisivo che avrebbe conosciuto un successo tanto grande da trasformarlo in fenomeno di costume: <strong>MTV</strong>. Su quell’altare l’industria musicale celebra il sacrificio dell’arte trasformando la <strong>musica in marketing</strong> e i videoclip in pubblicità. Il primo clip ad andare in onda è “Video killed the radio stars” dei Buggles.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1982 esce nei cinema di tutto il mondo <strong>Blade Runner</strong>, pellicola fantascientifica ispirata a un romanzo del 1968 di Philip K. Dick in cui Harrison Ford si aggira in un universo cyberpunk tra enormi schermi pubblicitari che segnano gli spazi urbanistici. Intanto il <strong>1984</strong> è passato, ma del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Socing" target="_blank">Socing</a> immaginato da Orwell nel suo libro del 1948 fortunatamente non ce n’è neanche l’ombra.<br />
Mentre gli anni 80 si apprestano a chiudersi consumati dal trionfo dei media, alla periferia ovest di Ginevra, nei laboratori del più grande laboratorio mondiale di fisica delle particelle, un uomo lavora a uno scambio di informazioni  su scala mondiale basato sugli ipertesti. <strong>Tim Berners Lee</strong> sta inventando il <strong>protocollo Http</strong> e il World Wide Web, nonché un nuovo mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Arriva il villaggio  globale. Questa volta sul serio. Il mondo spera e dispera: non si fa in tempo a ubriacarsi di new media e new economy che si crea una <strong>bolla speculativa</strong> che scuote dalle fondamenta le piazze economiche di tutto il mondo. Intanto arriva il 2000 e il temutissimo <strong><em>millennium bug</em></strong> si rivela l’ennesima fobia infondata. MTV ormai coltiva intere generazioni di teenager, mentre un’azienda americana che ha come logo una mela morsicata introduce sul mercato il successore del Walkman: l’<strong>iPod</strong>. Ma la fruizione della musica sta cambiando. Intanto dopo la Dot-Com bubble l’entusiasmo ha comunque ceduto il posto alla cautela, ma per la cautela non c’è tempo: arriva il <strong>Web 2.0</strong> che rivoluziona di nuovo tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo è completamente interconnesso e tutti sono conoscibili e reperibili. Un sito internet si trasforma in un leviatano da 250.000.000 di iscritti: se fosse un paese sarebbe il quarto più popoloso al mondo. Il suo nome è <strong>Facebook</strong>, e il Big Brother di 1984 è arrivato un po’ in ritardo. Intanto <strong>Nokia produce 13 telefonini al secondo</strong>, ma Apple presenta l’innovazione fatta oggetto. <strong>Arriva l’iPhone</strong>, il primo vero <em>device</em> per la connessione <strong>internet in mobilità</strong>. I tempi del Walkman sono culturalmente distanti anni luce.<br />
Il <strong>WWW</strong> celebra <strong>20 anni di vita</strong>. Tim Berners Lee rimpiange di aver inserito due slash nella sintassi http: se avesse programmato con più attenzione ne sarebbe bastato solo uno. Intanto <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/internet-numeri/internet-20-anni/internet-20-anni.html?ref=hpspr1" target="_blank">profetizza</a> che le pareti delle case si trasformeranno in <strong>giganteschi schermi</strong> connessi alla rete, e se la visione viene da lui e non dal Ridley Scott di Blade Runner c’è da crederci.</p>
<p style="text-align: justify;">E siamo ai giorni nostri, a questa settimana, per la precisione. Il gigante <strong>Google</strong> <a href="http://www.macitynet.it/macity/aA40710/google_due_acquisizioni_strategiche_in_meno_di_una_settimana.shtml" target="_blank">diventa sempre più grande</a>, e con buona pace della produzione record di Nokia acquisisce <strong>Gizmo5</strong>, società specializzata in tecnologie VoIP. Acquisisce anche <strong>AdMob</strong>, start-up specializzata sulla pubblicità per i dispositivi mobili. Negli stessi giorni sempre Google annuncia che un team di suoi ricercatori sta ultimando lo sviluppo di <a href="http://www.geekissimo.com/2009/11/13/spdy-google-protocollo-velocizza-internet/" target="_blank"><strong>SPDY</strong></a> (si legge speedy), <strong>un nuovo protocollo</strong> che supererà i limiti storici dell’Http rendendolo di molto più veloce.<br />
Questa settimana, sempre questa settimana, <strong>YouTube</strong>, altra emanazione di Mountain View, annuncia che è partito il test dello <a href="http://www.macitynet.it/macity/aA40709/youtube_dalla_settimana_prossima_arrivano_i_video_hd_1080p.shtml" target="_blank"><strong>streaming video a 1080p</strong></a>. La risoluzione full HD arriva in rete, e la rete arriva nei televisori.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto però <strong>la televisione arranca</strong>. MTV subisce i colpi inferti proprio da YouTube: chi è disposto ad aspettare ore per vedere il proprio video preferito quando può cercarlo in pochi secondi sul web? MTV annuncia <a href="http://www.mtvmusica.it/" target="_blank"><strong>mtvmusic.com</strong></a>, sito che ospiterà 25.000 videoclip musicali e che rappresenta il disperato tentativo di sopravvivenza di una rete che vede la propria fine vicina.<br />
Intanto <strong>Firefox</strong>, leader dei browser open source, compie <strong>cinque anni di vita</strong>. Il suo creatore <a href="http://www.wired.it/news/archivio/2009-11/13/intervista-le-visioni-del-fantastico-mr-firefox.aspx" target="_blank">spende fiumi di parole</a> per sensibilizzare sull’importanza della net neutrality e della diffusione della rete. In Italia <strong>il governo</strong>, nella persona di Giulio Tremonti, decide di <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200911articoli/49158girata.asp" target="_blank"><strong>congelare i fondi</strong></a> precedentemente stanziati <strong>per l’abbattimento del digital divide</strong>. Internet è veloce, certa politica un po’ meno.</p>
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		<title>Effetto lowmarks. (ultima parte)</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/11/04/effetto-lowmarks-ultima-parte/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 12:41:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per un 'persuasore occulto' creare un consumatore guidato dall'amore cieco per un marchio è la sfida più entusiasmante: in fondo la manipolazione di cervello, mente e ambiente è l'arma principale di ogni buon pubblicitario e, ammettiamolo, anche una delle caratteristiche più divertenti di questa professione. Eppure, per quanto la gestione delle istanze più primitive e immediate degli individui e dei gruppi rimanga uno degli strumenti più potenti, non si può più prescindere da un ambiente competitivo nel quale è spesso la tanto vituperata logica a fare la differenza. Con buona pace dei Lovemarks (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="effetto lowmarks" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/11/renault.jpg" alt="effetto lowmarks" width="584" height="243" /></p>
<p>Per un &#8216;persuasore occulto&#8217; creare un consumatore guidato dall&#8217;amore cieco per un marchio è la sfida più entusiasmante: in fondo la manipolazione di cervello, mente e ambiente è l&#8217;arma principale di ogni buon pubblicitario e, ammettiamolo, anche una delle caratteristiche più divertenti di questa professione. Eppure, per quanto la gestione delle istanze più primitive e immediate degli individui e dei gruppi rimanga uno degli strumenti più potenti, non si può più prescindere da un ambiente competitivo nel quale è spesso la tanto vituperata logica a fare la differenza. Con buona pace di Roberts e dei suoi <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/11/01/effetto-lowmarks/" target="_blank"><em>Lovemarks</em></a> <strong>anche i consumatori meno razionali hanno iniziato ad usare il cervello</strong>. È l&#8217;evoluzione della specie.</p>
<p>Renault ha deciso di integrare nella campagna promozionale per la <strong>New Mégane Sportour</strong> dei <strong><em>commercial</em> creati appositamente per il web</strong> (potete trovare la produzione promozionale per il marchio francese nel <a href="http://www.youtube.com/user/renaultit" target="_blank">canale YouTube</a> ufficiale). Ma i due spot non seguono una strategia comune, anzi, sono palesemente molto diversi tra loro. Vi proponiamo il primo:</p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/bnAZRwUZ14w&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/bnAZRwUZ14w&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Notevole. L&#8217;effetto <strong>sorpresa</strong> e la grande <strong>ironia</strong> di questo <em>web ad</em> hanno un solo nome (ricorrente su queste pagine):<strong> <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/15/476/" target="_blank">effetto Von Restorff</a></strong>. Progettata espressamente per la homepage di MSN.it, questa pubbicità pur facendo leva su un linguaggio adatto a un pubblico generalista <strong>si rivolge chiaramente a un target</strong> che abbia dimestichezza con la rete, maschile, nella fascia anagrafica 35/45 (ma il target di MSN è anche più giovane), informale e giovanile. Lo dimostra anche il <em>claim</em> che fa leva sulla muscolarità della carrozzeria: &#8220;<em>coupé fuori, station wagon dentro</em>&#8220;. Ma andiamo all&#8217;altra pubblicità:</p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/dy44lf0rXl4&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/dy44lf0rXl4&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Creativa, accattivante, immediata. In poche parole <strong>un disastro</strong>. E il costo particolarmente contenuto non ci sembra una scusa valida per la totale disattenzione ai dettagli. Il video viene presentato agli addetti al settore come «<em>fresco ed originale</em>» e si sottolinea che è stato realizzato «<em>utilizzando anche l&#8217;arma della pubblicità comparativa, così poco sfruttata in Italia</em>». Ma l&#8217;incoerenza è tutta qui.</p>
<p>Tecnicamente l&#8217;uso di colori ammorbiditi da un filtro arancione e desaturati da un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bleach_bypass" target="_blank">bleach bypass</a>, la scelta di adoperare un tavolo di legno e un pennino con tanto di calamaio e carta porosa, nonché la scelta calligrafica di un corsivo molto accentuato, sembrano comunicare qualcosa di tutt&#8217;altro che fresco: c&#8217;è un richiamo fortemente archetipico (scusate la parolaccia) a <strong>un target socialmente e anagraficamente molto diverso rispetto a quello che dovrebbe essere di riferimento</strong>. E di <strong>pecche tecniche</strong> ce ne sono diverse: la scarsa leggibilità del corsivo è controbilanciata da una distorsione anamorfica delle righe più basse (voluta?), ma la scelta degli a capo fa non pochi danni. Infatti mentre i nomi delle autovetture della concorrenza sono chiaramente percepibili e memorizzabili (effetto di priorità), quello della Mégane è relegato in alto a destra: una zona &#8216;buia&#8217; nel pattern di visualizzazione diagonale da sinistra a destra con cui i nostri occhi percepiscono l&#8217;inquadratura. Inoltre non viene sfruttato l&#8217;effetto mnemonico di recenza scrivendo il nome del modello nell&#8217;ultima riga e l&#8217;assenza di un punto alla frase finale la priva in parte di incisività. Il rumore del pennino sulla carta, il ritmo creato dall&#8217;uso del calamaio e l&#8217;improvvisa velocizzazione della scrittura sono poi elementi originali e che parlano dritti al cuore, coerentemente con la <a href="http://www.youtube.com/watch?v=eyPNAhZG8CI" target="_blank">campagna televisiva</a> e con l&#8217;idea stessa di <em>lovemark</em>, ma la necessità di ricorrere a una pubblicità comparativa manifesta immediatamente un <strong>totale disorientamento comunicativo</strong>. Debolezza non da poco.</p>
<p>Secondo il CEO di Saatchi non era imperativo rivolgersi solo al cuore, ignorare la logica? Ci sembra proprio di sì. Eppure l&#8217;agenzia è costretta a <strong>scendere a compromessi</strong> tra la visione del proprio demiurgo e la realtà del mercato: il &#8216;consumatore internet&#8217; ha un&#8217;attivazione neuronale superiore rispetto a quello esclusivamente televisivo (tradizionalmente più passivo), e, cosa più importante, i &#8216;consumatori internet&#8217; non sono altro che un segmento in continua e rapidissima espansione dei &#8216;consumatori televisivi&#8217;. Inoltre questa tendenza non è di certo relegata solo al popolo della rete, come ci dimostrano <a href="http://www.agi.it/rubriche/ultime-notizie-page/200911041031-eco-rom1012-consumi_79_7_italiani_spende_meno_e_meglio" target="_blank">i dati diffusi</a> proprio in questi giorni dal <a href="http://www.consumersforum.it/" target="_blank">Consumer&#8217;s Forum</a>. Infine come giustificare, almeno nel video, l&#8217;assenza di un <em>outlink </em>che colleghi a tabella finale a comparazioni più dettagliate sul sito del produttore? Decisamente un&#8217;opportunità persa.</p>
<p>Qualcuno potrebbe giudicare questa analisi troppo spietata, in fondo parliamo di un tempio di straordinari professionisti come Saatchi &amp; Saatchi. Ma c&#8217;è un ultimo dettaglio, una ciliegina sulla torta, che ci permette definitivamente di tirare acqua al nostro mulino: è stato fatto <strong>dietrofront sul titolo del video</strong>.<br />
Il nome del filmato è stato infatti cambiato negli ultimi giorni, passando <strong>da un piano totalmente razionale e asettico  a un piano simbolico e emotivo</strong>. Qualcuno ha le idee confuse sul tipo di strategia da adottare, evidentemente (e comprensibilmente), e così l&#8217;iniziale e interminabile &#8220;<em>Qual è la station wagon che fa più chilometri con un pieno?</em>&#8221; è cambiato <em>in corsa</em> diventando &#8220;<em>Quanto lontano vuoi arrivare?</em>&#8220;.</p>
<p>Sarebbe bello arrivare abbastanza lontano da vedere una comunicazione pubblicitaria per il web confezionata a dovere.</p>
<p><em> <span style="color: #999999;">(foto del backstage pubblicata per gentile concessione di Made/Dadomani)</span></em></p>
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		<title>Effetto lowmarks. (2° parte)</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 11:20:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Brands are out of juice». I marchi sono stati spremuti sino all'ultima goccia, e la vecchia concezione di brand non permette più l'ascesa vertiginosa che ha portato alla globalizzazione. È questa la convinzione da cui Kevin Roberts, guru dell'advertising, parte per proporre una rivoluzione della comunicazione aziendale che cambi le regole del gioco dalle fondamenta: i marchi sono stati sovraesposti, non hanno più mistero, sono incapaci di capire il consumatore e di avere un'identità propria, sono schiavi di formule standardizzate e sono stati soffocati da un conservatorismo ottuso. (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="effetto lowmarks" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/11/juice.jpg" alt="effetto lowmarks" width="584" height="243" /></p>
<p>«<em>Brands are out of juice</em>». <strong>I marchi sono stati spremuti sino all&#8217;ultima goccia</strong>, e la vecchia concezione di brand non permette più l&#8217;ascesa vertiginosa che ha portato alla globalizzazione. È questa la convinzione da cui Kevin Roberts, guru dell&#8217;advertising, parte per proporre una <strong>rivoluzione della comunicazione aziendale</strong> che cambi le regole del gioco dalle fondamenta: i marchi sono stati sovraesposti, non hanno più mistero, sono incapaci di capire il consumatore e di avere un&#8217;identità propria, sono schiavi di formule standardizzate e sono stati soffocati da un conservatorismo ottuso. <strong>La chiave</strong> per uscire da questa impasse? <strong>È solo una: l&#8217;amore</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Kevin Roberts si è fatto prendere la mano</strong>, d&#8217;accordo. Nei suoi <em>Lovemarks &#8211; the future beyond brands</em> e <em>The lovemarks effect &#8211; winning in the consumer revolution</em>, corroborato da una sorta di &#8216;portfolio diffuso&#8217; magnificamente curato da Derek Lokwood e Anna Brown, introduce l&#8217;epifania del <strong>lovemark: una nuova concezione del brand</strong> destinata a primeggiare in quella che Roberts definisce &#8216;<em>attraction economy</em>&#8216;. In un fiorire ipertrofico di massime autoreferenziali che somigliano molto a <em>headlines</em> e <em>claims</em> (leggi: slogan) il CEO di Saatchi ci spiega che un marchio, per tornare competitivo, deve conquistare molto rispetto e molto amore (davvero rivoluzionario&#8230;) e che per farlo deve riappropriarsi di tre attributi fondamentali: mistero, sensualità e intimità.</p>
<p style="text-align: left;">L&#8217;abbondante ammontare di esempi forniti per comprovare questa teoria sembra convincente, anche se l&#8217;inserimento forzato di alcuni brand fuori luogo non sfugge neanche al lettore più incantato, ma l&#8217;appassionata orazione di Roberts si infila in un <em>cul de sac</em> quando arriva a un&#8217;estremizzazione tanto rigida quanto gli schemi dai quali vorrebbe rifuggire. Bisogna arrivare a una «<strong>fedeltà che vada oltre la ragione</strong>», ci spiega, perché «gli esseri umani sono mossi dalle emozioni, non dalla ragione».  Brillante, se non fosse per il fatto che <strong>il mondo sta andando nel verso opposto</strong>.</p>
<p style="text-align: left;">Come spesso succede, la storia si premura di raffreddare anche gli animi più appassionati, anche se parliamo del genio indiscusso che è a capo di un&#8217;incredibile &#8216;macchina da <span style="text-decoration: line-through;">guerra</span> amore&#8217; come Saatchi &amp; Saatchi. E il crescente dilagare di una consapevolezza sui limiti della globalizzazione e la rivoluzione (vera) introdotta da <strong>internet</strong> e dalla new economy stanno sempre più trasformando i <strong>consumatori</strong> in <strong>esseri pensanti</strong>, che misurandosi nel web sociale confrontano prezzi, customer care, reputazione aziendale e caratteristiche dei prodotti. La cieca sbornia consumistica degli anni &#8217;80 è finita e ha lasciato un consumatore nuovo, che non si sente a suo agio ad amare incondizionatamente un persuasore occulto.</p>
<p style="text-align: left;">Saatchi in realtà è perfettamente consapevole di questo, ma cosciente anche del fatto che buona parte dei consumatori sia raggiungibile attraverso canali televisivi (e che la passività di un medium come la TV favorisce anche su base neurologica la permeazione di un messaggio emotivo) ancora si può permettere un uso diffuso del &#8216;lovemark effect&#8217;. Nella prima parte di questo articolo si parlava di una segnalazione ricevuta via mail da Blog Comunicazione: il cliente del quale Ammiro Parters aveva pubblicizzato uno spot (meta-advertising) era Renault, e il prodotto promosso era la New Mégane Sportour, già annunciata sui canali tradizionali attraverso l&#8217;uso della comunicazione emotiva:</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/eyPNAhZG8CI&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/eyPNAhZG8CI&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il commercial televisivo</strong> curato da Saatchi &amp; Saatchi <strong>è un esempio da manuale</strong> di come propagandare un lovemark, e l&#8217;efficacia dell&#8217;impianto comunicativo è tanto evidente da non richiedere altre spiegazioni. Ma <strong>per la campagna web</strong> segnalataci <strong>sembra che il discorso sia meno ovvio</strong>, e che la difficoltà ancora diffusa che si riscontra nel trovare format pubblicitari adatti ai target della rete (ne abbiamo discusso anche <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/28/beacon-and-ads-fino-alla-morte/" target="_blank">in questo articolo</a>) si rifletta anche in spot per il web confezionati da professionisti di primissimo livello. <strong>Cosa c&#8217;è che non va</strong>? Ne parleremo nella prossima e ultima puntata di <span style="text-decoration: line-through;">questa saga</span> questo lungo articolo.</p>
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		<title>Effetto lowmarks. (1° parte)</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/30/effetto-lowmarks-1%c2%b0-parte/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 15:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[All'indirizzo di Blog Comunicazione è giunta una lettera. Il mittente è il social media coordinator di Ammiro Partners Roma, una nota agenzia di marketing che collabora con uno dei più importanti nomi della pubblicità mondiale, e nella mail si segnala alla nostra attenzione l'ultima pubblicità curata per un famosissimo brand automobilistico.
Lo strumento della 'segnalazione' è sempre più frequente e per ora è di certo una strategia efficace ed efficiente, per usare il binomio tanto caro alla gestione aziendale. È tutt'altra cosa rispetto al criticabile costume delle 'recensioni retribuite' tanto diffuso in rete (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="effetto lowmarks" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/10/lowmark.jpg" alt="effetto lowmarks" width="584" height="243" /></p>
<p>All&#8217;indirizzo di Blog Comunicazione <strong>è giunta una lettera</strong>. Il mittente è il <em>social media coordinator</em> di Ammiro Partners Roma, una nota agenzia di marketing che collabora con uno dei più importanti nomi della pubblicità mondiale, e nella mail si segnala alla nostra attenzione l&#8217;ultima pubblicità curata per un famosissimo brand automobilistico.</p>
<p><strong>Lo strumento della &#8216;segnalazione&#8217; è sempre più frequente</strong> e per ora è di certo una strategia efficace ed efficiente, per usare il binomio tanto caro alla gestione aziendale. È tutt&#8217;altra cosa rispetto al criticabile costume delle &#8216;recensioni retribuite&#8217; tanto diffuso in rete (e recentemente normato negli USA da <a href="http://www.ftc.gov/opa/2009/10/endortest.shtm" target="_blank">una legge federale</a>) e rappresenta comunque un modo per entrare in contatto con una news che rischia facilmente di sfuggire ai feed quotidiani.  Ma il fattore che determina la diffusione crescente delle segnalazioni ai blog da parte delle aziende è sostanzialmente uno: la capacità di ottenere per il contenuto segnalato un&#8217;ottima <strong>visibilità a costo zero</strong>, facendo leva sull&#8217;<strong>atavica pigrizia intellettuale di molti degli articolisti del web</strong>.</p>
<p>È lapalissiano che il blogging sia un fenomeno straordinario e che sempre più di frequente siano proprio i grandi blogger a influenzare il mercato dell&#8217;informazione e non. Però chiunque abbia una frequentazione assidua del web sa anche che accanto a pochi &#8216;cavalli di razza&#8217; esiste una sterminata schiera di professionisti del blog che si limita a fornire <strong>contenuti privi di qualsivoglia spirito critico o visione d&#8217;insieme</strong>: dei &#8216;<em>news aggregator</em>&#8216; umani e sfornati in serie, per dirla altrimenti. Proprio per questo motivo Blog Comunicazione generalmente non prende in considerazione le segnalazioni: il loro presentarsi come dei &#8216;post preconfezionati&#8217;,  dei brevissimi comunicati stampa i cui concetti chiave sono posti in risalto grazie all&#8217;uso del grassetto (un ennesimo impiego di quell&#8217;effetto Von Restorff cui abbiamo dedicato una rubrica), ne comporta una diffusione omologata che non si addice alla nostra linea editoriale. Poco importa se, <a href="http://venicesessions.it/blog/2009/04/03/lucasofri/?utm_source=twitterfeed&amp;utm_medium=pingfm" target="_blank">come ci ricorda</a> il già citato Luca Sofri, è la stessa stampa cartacea a ricorrere sempre più spesso alla pubblicazione pedissequa dei comunicati delle aziende.</p>
<p>Eppure questa volta vogliamo fare un&#8217;eccezione: la pubblicità che ci è stata segnalata merita un ragionamento approfondito, perché realizzata espressamente per il web da <strong>Saatchi &amp; Saatchi</strong>. E, per chi non lo ricordasse, Saatchi &amp; Saatchi è un gigante mondiale della pubblicità, il cui CEO worldwide Kevin Roberts è celebre anche per aver introdotto nell&#8217;advertising i concetti di <strong>Lovemarks</strong> e <strong>Sisomo</strong>.</p>
<p>Nella seconda parte di questo articolo, in rete tra due giorni, ragioneremo proprio di questi &#8216;rivoluzionari&#8217; concetti e di quale sia il loro rapporto con il commercial segnalato. Appuntamento a domenica.</p>
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