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	<title>Blog Comunicazione &#187; Apple</title>
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		<title>Apple e il Neuro-Marketing</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 15:25:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[

Nella prima parte di questo articolo abbiamo iniziato ad introdurre i segreti della persuasione usati dalla Apple di Steve Jobs per comunicare la straordinarietà – percepita o reale che sia – dei suoi prodotti. Abbiamo parlato della struttura a rete della nostra memoria e della sua importanza nella formazione dei concetti e quindi nella nostra valutazione del mondo. Infine abbiamo ragionato su come la ripetizione sia fondamentale nei pattern di funzionamento delle nostre reti neurali. Ora vediamo cosa succede in dettaglio nel nostro cervello, ne rimarrete sorpresi.
L’aggettivo più suggestivo sul ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="apple neuromarketing" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/02/raggi.jpg" alt="apple neuromarketing" width="584" height="243" /></p>
<p><em><span style="color: #888888;">N</span></em><em><span style="color: #888888;">ella <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2010/02/04/apple-e-persuasione-i-segreti-svelati/" target="_blank">prima parte</a> di questo articolo abbiamo iniziato ad introdurre i segreti della persuasione usati dalla Apple di Steve Jobs per comunicare la straordinarietà – percepita o reale che sia – dei suoi prodotti. Abbiamo parlato della struttura a rete della nostra memoria e della sua importanza nella formazione dei concetti e quindi nella nostra valutazione del mondo. Infine abbiamo ragionato su come la ripetizione sia fondamentale nei pattern di funzionamento delle nostre reti neurali. Ora vediamo cosa succede in dettaglio nel nostro cervello, ne rimarrete sorpresi.</span></em></p>
<p>L’aggettivo più suggestivo sul quale ha puntato molto Jobs nel comunicare l’<strong>iPad</strong>, e che non a caso ha colpito anche l’immaginazione di gran parte della stampa, è <strong>‘magico’</strong>. In passato vi abbiamo già parlato dei <strong>lovemarks</strong>, e, qualora non ricordiate cosa siano, <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/11/01/effetto-lowmarks/" target="_blank">andate a rileggere quel che abbiamo scritto</a> o accontentatevi di sapere che il guru della pubblicità Kevin Roberts ha ‘cambiato’ il mondo dell’advertising mettendo al centro della catena di consumo l’amore.</p>
<p>Nei libri di Roberts è evidente come gli ingredienti fondamentali per <strong>costruire la fedeltà cieca per un brand</strong> siano proprio la magia, il mistero e la seduzione. E cos’altro sono questi se non l’unione di un senso di gioia e un senso di anticipazione? <strong>Usando il</strong> <strong><a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/06/costruire-le-emozioni/" target="_blank">prisma delle emozioni di Plutchik</a></strong>, possiamo quindi concludere che la ‘magia’ dell’iPad è anche un modo per <strong>suscitare l’ottimismo</strong>, che sempre in base al prisma è il passaggio che precede l’amore. Jobs conosce bene i meccanismi dei lovemarks quindi.</p>
<p>Ora facciamo un piccolo salto &#8211; solo apparentemente distante &#8211; e consideriamo un <strong>fenomeno emerso negli ultimi anni</strong> anche grazie alla rivoluzione dei contenuti legata alle piattaforme di <em>videosharing</em>: l’unpacking o <strong>unboxing</strong>. L’abitudine tipicamente <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Geek" target="_blank">geek</a></em> di riprendere e condividere con degli sconosciuti il momento ‘magico’ della prima apertura del packaging di un nuovo acquisto è la sublimazione postmoderna di un’attitudine al consumo che cerca forme nuove per esprimersi, e il motore che la anima è proprio lo stesso che permette di usare l’aggettivo ‘magico’ a Jobs. Roba da macachi (e non parliamo solo di fan della mela, questa volta).</p>
<p><strong>Era il 1992 e a Parma</strong> il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti attendeva nel suo laboratorio il rientro dei suoi assistenti da una breve pausa.  Accanto a lui una <strong>scimmia</strong>, per la precisione un macaco, era già pronta per gli esperimenti e aveva degli <strong>elettrodi innestati nell’area F5 della corteccia cerebrale</strong>. Uno degli assistenti aveva ancora con sé un gelato, che si stava per affrettare a finire sotto lo sguardo vigile e interessato del primate. A quel punto, come il ragazzo portò il cono alla bocca, accadde qualcosa. I monitor iniziarono a segnalare che alla vista di quel gesto si era attivata la corteccia prefrontale del macaco. Il cervello della scimmia dava al corpo, per poi immediatamente annullarla, l’istruzione di leccare il gelato. <strong>Erano stati scoperti i neuroni specchio</strong>.</p>
<p>I neuroni specchio, con buona pace di qualche polemista in cerca di visibilità <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/16/accuse-ai-neuroni-specchio-riflettiamo/" target="_blank">del quale vi abbiamo già parlato</a>, sono la testimonianza che il nostro cervello, quando osserviamo un’azione finalizzata compiuta dinnanzi a noi o ne leggiamo o ascoltiamo la descrizione, attiva immediatamente la corteccia premotoria per predisporci a ripeterla. <strong>La base atavica e inconsapevole dell’agire sociale quindi</strong>.  Studi condotti attraverso fMRI sull’uomo dimostrano che la nostra predisposizione ad agire anche solo in corrispondenza di parole che descrivono un’azione è tanto immediata quanto inevitabile. Pertanto, indovinate? Il primo compito che assolve la nostra corteccia cerebrale appena abbiamo decodificato le parole ‘stupefacente’, ‘meraviglioso’ e ‘entusiasmante’ pronunciate dallo Steve Jobs di turno è stupirsi, meravigliarsi, entusiasmarsi. E da lì, al massimo, l’azione può essere annullata. Quando si dice ‘<strong>il potere della parola’.</strong></p>
<p>I neuroni specchio hanno un ruolo anche nel ‘magico’ <em>unboxing</em> di cui sopra. Nel pubblico presumibilmente empatico di quegli strani video, vedere qualcuno che compie quell’<em>eccitante</em> gesto di apertura di una scatola attiva i nostri neuroni specchio mettendo in moto quello stesso <strong>meccanismo di gratificazione</strong> che già <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Petrovič_Pavlov" target="_blank">Pavlov</a> aveva notato nei propri cani. <strong>Il cervello produce dopamina</strong>.</p>
<p>La dopamina è un neurotrasmettitore, cioè una sostanza chimica che, veicolando determinate informazioni tra le sinapsi, ‘unisce’ i nodi di quella rete che è il nostro cervello. La dopamina ha un ruolo tanto nelle funzioni motorie che abbiamo già ricollegato ai neuroni specchio (in particolare nell’area nigrostriatale) tanto nelle funzioni legate alla memoria, ai sentimenti e alle emozioni (nell’area memomimico-mesocorticale). Semplificando e concentrandoci su ciò che ci interessa, possiamo dire che la dopamina è la responsabile di quell’esaltazione consumistica che ci fa provare piacere quando facciamo shopping o scartiamo un nuovo acquisto. Inoltre, sempre questo stesso neurotrasmettitore presiede al senso di eccitazione e gratificazione che proviamo dinnanzi a ciò che percepiamo come nuovo.</p>
<p>In questo contesto, <strong>la dopamina</strong> diventa fondamentale: è ciò che <strong>esalta l’uditorio</strong> ‘diffuso’ di Jobs davanti a un prodotto estremamente innovativo, è ciò che <strong>anima il desiderio consumistico</strong> di possederlo ed è <strong>la causa</strong> <strong>della</strong> sensazione di <em>ricompensa</em> e soddisfazione della <em>curiosità</em> che proveremo <strong>al momento di un eventuale acquisto</strong> o, tramite i neuroni specchio, <strong>osservando</strong> uno dei mille video di <strong>unboxing </strong>che prolifereranno a breve su YouTube.</p>
<p>Ma soprattutto la dopamina è il motivo per cui Jobs, forse non così consapevolmente, usa <strong>tutti quegli aggettivi entusiastici</strong>. Il significato generale che attribuiamo ad essi è legato al nostro individuale bagaglio di esperienze positive che ci hanno permesso di costruire una scala di giudizio su ciò che ci circonda. E tra i vari neurotrasmettitori che rendono ‘piacevoli’ le emozioni positive c’è proprio la dopamina. In sede d’ascolto, l’associazione automatica fatta dal nostro cervello tra i termini ‘<em>amazing</em>’ e ‘iPad’  ripercorre quelle <strong>‘strade neurali’ già battute</strong> creando i presupposti per il <strong>rilascio di questo</strong> <strong>neurotrasmettitore</strong>. Tutti gli altri elementi di rafforzamento della comunicazione entusiastica non fanno che aumentare le probabilità che tale produzione del neurotrasmettitore avvenga.</p>
<p>C’è infine un’ultima questione. Senza dilungarci troppo a riguardo, è bagaglio comune che prodotti che promettono una <em>user experience</em> tanto innovativa quanto quella dell’iPhone/iPad siano degli <strong>status</strong> <strong>symbol</strong>. Questo concetto caro tanto alla psicologia quanto alla sociologia dei consumi ha in realtà fondamenti molto tangibili. Esso infatti <strong>corrisponde</strong> <strong>all’attivazione di un’area corticale precisa</strong> che produce una sensazione di soddisfazione al raggiungimento di una posizione simbolica di superiorità: <strong>l’area 10 di Brodmann</strong> (BA10), situata nella corteccia frontale. Inoltre questo stesso settore del cervello è quello che presiede alla capacità del <strong>cervello</strong> di gestire più compiti in contemporanea (dato che l’uomo, a differenza dell’iPad, è <strong><em>multitasking</em></strong>). Fattore fondamentale nell’era della mobilità e dell’ubiquitous computing.</p>
<p>Insomma, anche se sembra che quando l’abile venditore di turno incensa la propria merce non stia facendo nulla di straordinario, nel nostro cervello succede molto più di quanto possiamo immaginare. Ci sarà un motivo se si parla di persuasori occulti?</p>
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		<title>Apple e persuasione: i segreti svelati.</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 12:10:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Benvenuti in un lungo articolo in due parti (la seconda sarà online il 7 febbraio) sui segreti delle tecniche persuasive usate da Steve Jobs nelle sue celebri presentazioni. Nello specifico prenderemo a ‘pretesto’ il linguaggio enfatico del CEO Apple per capire per quale motivo l’uso e la ripetizione di certe parole possa farci il ‘lavaggio del cervello’. Nella prima parte dell’articolo introdurremo il processo di formazione di un concetto nella nostra mente, mentre in quella online domenica ci concentreremo più nel dettaglio sui neuroni specchio, su alcune specifiche aree del ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="jobs" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/02/jobs.jpg" alt="jobs" width="584" height="243" /></p>
<p><span style="color: #3b3b3b;"><em>Benvenuti in un lungo articolo in due parti (la seconda sarà online il 7 febbraio) sui segreti delle tecniche persuasive usate da Steve Jobs nelle sue celebri presentazioni. Nello specifico prenderemo a ‘pretesto’ il linguaggio enfatico del CEO Apple per capire per quale motivo l’uso e la ripetizione di certe parole possa farci il ‘lavaggio del cervello’. Nella prima parte dell’articolo introdurremo il processo di formazione di un concetto nella nostra mente, mentre in quella online domenica ci concentreremo più nel dettaglio sui neuroni specchio, su alcune specifiche aree del cervello, sulla produzione di dopamina e sul coinvolgimento emotivo. Buona lettura.</em></span></p>
<p>Mentre il mondo si affannava a discutere sulle caratteristiche dell’iPad, quasi nessuno ragionava sugli <strong>aspetti di marketing e comunicazione legati al <em>keynote speech</em> di Jobs</strong>. <strong>Facciamo il punto con un esilarante video</strong> di Neil Curtis, che ha riassunto in tre minuti l’evento ponendo l’accento sul linguaggio estremamente enfatico dell’iCEO:</p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/1ZS8HqOGTbA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/1ZS8HqOGTbA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Un<strong> tripudio di esaltata autoreferenzialità</strong>, <strong>ipnoticamente cadenzato</strong> da termini come <em>amazing</em>, <em>incredible</em>, <em>revolutionary</em>, <em>magical</em>, <em>unbelievable</em>, <em>extraordinary</em>, <em>terrific</em>, simple, <em>easy</em>, <em>fenomenal</em>, <em>great</em>, <em>wonderful</em>, <em>cool</em>, <em>better</em> e chi più ne ha ne metta.</p>
<p>Ok, sicuramente Jobs e soci (‘ammaestrati’ a dovere) sono entusiasti della propria creatura, ma l’uso reiterato di determinate parole in un discorso ufficiale, conoscendo la vocazione al marketing di Apple, non può che essere il frutto di <strong>un’attenta strategia</strong> dei comunicatori di Infinite Loop. E siamo decisamente più di un passo oltre il “parliamone bene più che possiamo”.  Siamo nel terreno delle <strong>neuroscienze</strong>.</p>
<p><strong>Apple e i <em>keynote speeches</em></strong></p>
<p>Ogni azienda parla bene dei propri prodotti, è lapalissiano, ma l’uso decisamente sovrabbondante di termini particolarmente elogiativi caratterizza il <strong>linguaggio di Jobs</strong> da almeno un decennio (e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=5JyFbF7QFlY" target="_blank">non crediate sia una cosa così scontata</a>). Questa scelta, pur non essendo il fulcro della comunicazione Apple, ha sempre avuto <strong>un ruolo fondamentale</strong> e tutt’altro che scontato, soprattutto se pensiamo a quanto le presentazioni <em>face-to-face</em> siano sempre state importanti per Cupertino (lo stesso termine <em>keynote</em> è ormai un ‘marchio di fabbrica’ Apple).</p>
<p>Infatti, nonostante la ‘clamorosa’ scelta di abbandonare la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Macworld_Conference_%26_Expo" target="_blank">presenza fieristica al Moscone Center</a> (coerentemente con una progressiva ricollocazione/ampliamento sul <em>mass market</em>), le <strong>presentazioni ufficiali</strong> continuano ad avere <strong>un potenziale virale fortissimo e un’eco mediatica senza pari </strong>sui mezzi tradizionali (i quali spesso riprendono pedissequamente le parole di Jobs, usandole come comunicati stampa e titolando “iPad: magico e rivoluzionario”). Non male una pubblicità del genere sulle più importanti prime pagine del mondo.</p>
<p>Il tutto senza tener conto del consistentissimo <em>word of mouth</em> (ma ai tempi di <a href="http://www.torinointernational.com/spot80/spot/henkel-perlana-1986.html" target="_blank">Perlana</a> si chiamava semplicemente passaparola) movimentato da quello zoccolo duro di utenti incondizionatamente entusiasti che gli Apple-critici chiamano Macachi (termine che ricontestualizzeremo più avanti).</p>
<p>Ma vediamo in cosa consiste l’arte oratoria di Steve Jobs.</p>
<p><strong>Le basi del ‘lavaggio del cervello’</strong></p>
<p>I linguisti Bandler e Grinder sono celebri per aver fondato una disciplina, la cui reale scientificità anima ancora accesi dibattiti, secondo la quale è possibile manipolare dei processi neurologici tramite il linguaggio, con lo scopo di ottenere modificazioni negli schemi comportamentali. Il suo nome è <strong>programmazione neurolinguistica</strong>.</p>
<p>Senza volerci avventurare in questo territorio che riserverebbe comunque interessanti spazi di speculazione, ci accontentiamo di battere strade già percorse ma non meno affascinanti ragionando sul funzionamento di mente e cervello. E soffermandoci, purtroppo con la brevità richiesta dal contesto, su specifici aspetti.</p>
<p>Premettiamo che siamo convinti che il principale motivo del <strong>vantaggio competitivo</strong> che ha <strong>Apple</strong> sui propri concorrenti sia una reale qualità dei prodotti commercializzati. Nonostante questo però non possiamo negare la straordinaria importanza del marketing nel successo della Mela, e vogliamo pertanto iniziare questa analisi facendoci una domanda: <strong>perché sentire Jobs</strong> che ripete come un mantra le lodi di un telefono piuttosto che di un computer <strong>dovrebbe convincerci</strong> della loro superiorità?</p>
<p>Facciamo un passo indietro per farne due avanti.</p>
<p>Quando si cerca di spiegare le basi del <strong>funzionamento neurologico della memoria</strong> a un interlocutore che sia a digiuno di conoscenze specifiche a riguardo, si adotta spesso <strong>l’immagine della ‘melosità’</strong> (no, paradossalmente Apple qui non c’entra).</p>
<p>Si prende infatti come esempio una mela. <strong>La conoscenza </strong>che abbiamo di un oggetto tanto semplice, nella sua marginalità, è comunque <strong>il risultato di un insieme di esperienze sensoriali e nozioni acquisite</strong>. Sappiamo che è un frutto, che è commestibile, che ha un determinato aspetto e che però si può presentare con forme anche molto varie, che ha determinate proprietà organolettiche, un preciso insieme di consistenze, che nella nostra lingua è identificato da quattro lettere in una precisa sequenza e che ad esse corrispondono quattro precisi suoni, sappiamo che generalmente viene sbucciato e consumato a spicchi, che è l’evoluzione del fiore di un albero dal nome preciso, che è tipico di certe zone del mondo e di certi climi, che è un prodotto d’eccellenza di alcune regioni del nord italia, che è ottimo in cucina in particolare per la preparazione dei dolci, che per la tradizione cattolica è il frutto del peccato, che è il simbolo di una marca di Cupertino nonché della casa discografica dei Beatles, che è il cibo avvelenato offerto dalla strega a Biancaneve, che è uno dei nomi con i quali è conosciuta New York e così via.</p>
<p>Come vedete anche solo una semplice mela, nel nostro cervello, non <strong>è identificata</strong> tanto dalle singole informazioni che abbiamo sull’oggetto stesso quanto <strong>dalla particolare configurazione dei collegamenti</strong> di una serie di nozioni ed esperienze. E il motivo per cui esistono tali collegamenti è che la <strong>ripetuta associazione</strong> di due concetti nello stesso contesto comporta una serie di <strong>modificazioni biofisiche e biochimiche nelle interconnessioni neuronali</strong>. Semplificando, gli stimoli ambientali modificano la forma fisica del nostro cervello e quella mateforica della nostra mente. Facendo un paragone tra le reti neurali e internet, è come se Google restituisse in una posizione più alta tra i risultati di ricerca una determinata associazione di due pagine web perché tra esse ha rilevato un altissimo numero di collegamenti ipertestuali reciproci.</p>
<p>Considerato che tale meccanismo di <strong>formazione di un &#8216;concetto/ricordo&#8217;</strong> (o meglio traccia mnestica o più astrattamente engramma) è <strong>relativamente indipendente dalla nostra volontà</strong>, la <strong>ripetuta esposizione</strong> a una serie di termini (che sono comunque parole del linguaggio comune, quindi di per sé fortemente sedimentate nella memoria e ramificate nel nostro bagaglio di esperienze) in relazione ad un concetto terzo (in questo caso l’iPad), facilita la creazione inconscia di una connessione e addirittura di un’identità tra i termini accostati (soprattutto se stiamo affidando alle parole del venditore Jobs la primissima conoscenza di un prodotto). Steve Jobs sa bene che <strong>la ripetizione plasma la nostra corteccia cerebrale</strong>.</p>
<p>Ma è solo adesso che arriva la parte più interessante. Cosa c&#8217;entra l&#8217;iPad con i ricordi della nostra infanzia? E a livello neurale cosa abbiamo in comune con delle scimmie che mangiano un gelato immaginario? E cosa c&#8217;entrano i neuro-ormoni con un tablet pc e una precisa area corticale con l&#8217;idea di status symbol? Lo scopriremo domenica. Meraviglioso.</p>
<p>(illustrazione di Jon Berkeley)</p>
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		<title>iPad: perché è rivoluzionario.</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 09:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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Probabilmente già tutti sapete tutto dell’iPad, e in questa sede non abbiamo intenzione di ripetere i discorsi che avete già letto altrove. Eppure c’è ancora qualcosa da dire.
Ieri Steve Jobs ha scritto una pagina di storia, e lo sapeva. Ai suoi collaboratori di Cupertino nei giorni scorsi aveva confessato di esser consapevole che l’iPad fosse l’innovazione più importante di tutta la sua carriera (ricordiamo che Jobs è il padre dell’iPod e dell’iPhone, non l’ultimo degli sprovveduti), e in effetti la nuova creatura Apple ha tutti i numeri per rivoluzionare per ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="ipad" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/jobs.jpg" alt="ipad" width="584" height="243" /></p>
<p>Probabilmente già tutti sapete tutto dell’<strong>iPad</strong>, e in questa sede non abbiamo intenzione di ripetere i discorsi che avete già letto altrove. Eppure c’è ancora qualcosa da dire.</p>
<p>Ieri <strong>Steve Jobs</strong> ha scritto una pagina di storia, e lo sapeva. Ai suoi collaboratori di Cupertino nei giorni scorsi aveva confessato di esser consapevole che l’iPad fosse l’<strong>innovazione più importante di tutta la sua carriera</strong> (ricordiamo che Jobs è il padre dell’iPod e dell’iPhone, non l’ultimo degli sprovveduti), e in effetti la nuova creatura Apple ha tutti i numeri per rivoluzionare per sempre il nostro modo di percepire la tecnologia.</p>
<p>Dopo il lancio alcuni lo hanno definito come un iPhone gigante, altri come un <em>netbook touchscreen</em>, altri come un <em>e-book reader</em> multimediale, altri come un <em>tablet pc</em> con molti limiti. Ma la sostanza è solo una: a Cupertino hanno sfornato un device talmente innovativo da non trovare una sola definizione, in grado di avere un impatto sulla comunicazione e navigazione in mobilità mai visto. Vediamolo in azione:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/9q1RithxrzY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/9q1RithxrzY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>La comunicazione Apple</strong></p>
<p>Come al solito l’arrivo di un nuovo prodotto Apple è preceduto da un’<strong>attenzione mediatica altissima</strong>. Questo perché a <em>Infinite Loop</em>, sede della Mela, sono maestri nel costruire un’attesa spasmodica da parte dei media. Ma anche perché, per qualche misteriosa ragione, al mondo non esiste (ancora) un vero <em>competitor</em> in grado di disturbare i sonni dell’iCEO e offrire prodotti altrettanto innovativi.</p>
<p>La presentazione dell’iPad non era stata deliberatamente annunciata, ma era nell’aria. Una fuga controllata di <em>rumors</em> dagli uffici Apple aveva già messo in allerta Redmond, che aveva improvvisato insieme a <strong>HP</strong> la <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=apwIiqIKf84" target="_blank">presentazione estremamente imbarazzante</a> di un Tablet Pc</strong> di cui non aveva diffuso specifiche tecniche, prezzo, data di uscita o immagini dell’oggetto in azione. Il nulla, insomma.</p>
<p>Quindi, tramite un giornalista del Wall Street Journal,  avevano fatto trapelare che il nuovo prodotto si sarebbe chiamato <strong>iSlate</strong>. E immediatamente HP si era affrettata a ribattezzare il proprio tablet ‘<em>slate pc</em>’. Ma nel frattempo la ditta IP Application Development (IPAD), riconducidibile alla Slate Computing Co. (<strong>scatole cinesi manovrate da Apple</strong>), rivendicava legalmente negli USA il trademark iPad, precedentemente registrato da Fujitsu.</p>
<p>E a quel punto era ovvio che ‘iPad’, corto, incisivo e così simile a quell’iPod che ha dettato legge negli anni scorsi, fosse il nome ideale per creare nuovamente un riferimento dal quale il mercato futuro non potrà prescindere.</p>
<p>Poi sono arrivate le <strong>prime pagine</strong> dei giornali di tutto il mondo. Vi pare accada per altre aziende o prodotti?</p>
<p><strong>Perché è una rivoluzione?</strong></p>
<p><strong>L’iPad già divide</strong>. Mentre infatti i riflettori di mezzo mondo sono puntati sul tablet, i geek tecno-maniaci, capaci di un’autoreferenzialità senza paragoni, si affrettano a lamentare l’eccessiva somiglianza con il melafonino, l’assenza di una webcam, di un GPS o dell’implementazione della (pessima) tecnologia Adobe Flash. Ma non vedono al di là del proprio naso.</p>
<p>Pure prescindendo da quelli che sono ovvi spazi per implementazioni successive (la differenziazione del prodotto consiste anche nel calcolo del giusto <em>timing</em>), con il suo tablet dal software intuitivo, funzionale e affidabile, Apple immette sul mercato un <strong>cavallo di Troia</strong> per entrare in quei settori della <strong>vita quotidiana</strong> in cui i PC, netbook compresi, e gli smartphone ancora non avevano sfondato. Gli incontri tenuti nei mesi scorsi dagli inviati di Cupertino con i medici del <em>Cedars-Sinai Medical Center</em> di Los Angeles dimostrano proprio questo.</p>
<p>Immaginate l’impatto di un oggetto intuitivo e versatile come questo (e dal costo tanto contenuto per la versione base) nella vita di tutti i giorni. Immaginate dei <strong>medici</strong> <strong>ospedalieri</strong> le cui ‘cartelline’ sono sempre aggiornate in tempo reale, interconnesse e dotate di software specifici. Immaginate gli stessi benefici applicati alla<strong> pubblica</strong> <strong>amministrazione</strong> (anche se in Italia siamo ancora nel terzo mondo) o al <strong>commercio</strong>. Immaginate la carta risparmiata nella <strong>stampa dei quotidiani</strong>, senza che però venga persa l’abitudine di comprare il giornale elettronico e ‘sfogliarlo’ dalla propria poltrona preferita. Immaginate <strong>gli studenti</strong> che non sono più costretti ad andare a scuola <strong>carichi di libri</strong> perché sono tutti contenuti in un unico <em>device</em> multitouch (il cui costo, confrontato alla spesa media per i libri di un corso di studi, è tutt’altro che proibitivo). Insomma, da ieri il mercato sarà costretto a inseguire Apple e il futuro è più vicino che mai.</p>
<p><strong>I segreti del design.</strong></p>
<p>Cosa rende un prodotto Apple così differente da quelli della concorrenza? L’hardware interno spesso non è il più performante, così come in alcuni casi il <em>pricing</em> non è dei più vantaggiosi. Il vantaggio competitivo però c’è, e risiede nelle soluzioni innovative, il software progettato allo stato dell’arte e nel design. D’altronde il vecchio motto della Mela era “<em>think different</em>”.</p>
<p>Approfondiamo. L’iPad, visto da spento, sarebbe <strong>un oggetto terribile</strong>. Bello ed essenziale, sì, ma in sostanza una tavoletta piatta e squadrata che vìola il più basilare dei principi del design: <strong>la <em>affordance</em></strong>. L’<em>affordance</em>, o invito all’uso, è la presenza in un oggetto di proprietà materiali, reali o percepite, che suggeriscono immediatamente come si potrebbe usare un oggetto. E ovviamente un iPad spento non suggerisce un bel niente,  se non l’uso come vassoio per servire bibite ai nostri amici.</p>
<p>Ma qui entra in gioco l’<em>affordance</em> virtuale suggerita da un’interfaccia di primissimo livello, e, soprattutto, il <strong>principio del mimetismo</strong>. Nella progettazione, l’imitazione di oggetti, organismi o ambienti noti allo scopo di ottenere vantaggi da un’associazione metaforica con essi (nota appunto come mimetismo di superficie, comportamentale e funzionale) permette di abbattere la soglia di apprendimento di una tecnologia rendendola fruibile a un pubblico vastissimo.</p>
<p>Unite questa vocazione generalista a una dimensione abbastanza generosa da non far rimpiangere gli oggetti reali, e avrete un’esperienza che lentamente (ma neanche troppo) si insinuerà in ogni aspetto della nostra vita quotidiana.</p>
<p>P.s.: Ancora una volta, nelle immagini promozionali Apple, l’orologio segna le 9:42. Forse il successo Apple è solo merito della scaramanzia di Steve Jobs?</p>
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		<title>Apple, Google e pubblicità: il futuro è adesso.</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 11:24:58 +0000</pubDate>
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Ad avviso di chi scrive la next big thing del web non sono né il cloud computing (guardando la recente presentazione di Chrome OS era impossibile non pensare agli eccessivi limiti in termini di prestazioni di un ‘calcolo diffuso’) né il web semantico (che sembra più un ricorrente fantasma del natale futuro), quanto l’avvento dell’internet of things.
La diffusione della connettività ad un numero sempre crescente di oggetti quotidiani (basti pensare alla crescente presenza di QR codes su riviste di ogni genere, che permettono l’accesso a contenuti multimediali semplicemente inquadrando la ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="mobile advertising" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/bw.jpg" alt="mobile advertising" width="584" height="243" /></p>
<p>Ad avviso di chi scrive la <em>next big thing</em> del web non sono né il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_computing" target="_blank"><em>cloud computing</em></a> (guardando la recente presentazione di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/11/google-os.shtml" target="_blank">Chrome OS</a> era impossibile non pensare agli eccessivi limiti in termini di prestazioni di un ‘calcolo diffuso’) né il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Web_semantico" target="_blank">web semantico</a> (che sembra più un ricorrente fantasma del natale futuro), quanto l’<strong>avvento dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet_delle_cose" target="_blank"><em>internet of things</em></a></strong>.</p>
<p>La diffusione della connettività ad un numero sempre crescente di oggetti quotidiani (basti pensare alla crescente presenza di <a href="http://blog.panorama.it/hitechescienza/2009/12/10/qr-code-il-codice-che-cambia-il-modo-di-comunicare/" target="_blank"><strong><em>QR codes</em></strong></a> su riviste di ogni genere, che permettono l’accesso a contenuti multimediali semplicemente inquadrando la pagina di un giornale), unitamente ai primi esempi realmente funzionanti di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Realt%C3%A0_aumentata" target="_blank"><strong><em>realtà aumentata</em></strong></a> (nell’AppStore per iPhone iniziano a comparirne sempre più), ci fanno credere che quell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ubiquitous_computing" target="_blank"><strong>ubiquitous computing</strong></a> che da un po’ alberga nella fantasia (e negli incubi) di molti sia davvero alle porte.</p>
<p>In questo panorama di grandi cambiamenti era inevitabile che la rivoluzione toccasse anche la pubblicità. Così, mentre il tradizionale sistema dei <em>mass media</em> si divide nelle strade tangenti e opposte dei <em>social media</em> e dei <strong><em>personal media</em></strong>, gli inserzionisti pubblicitari hanno sempre più bisogno di parlare ai singoli individui. Il Grande Fratello di Orwelliana memoria è arrivato e vuole venderci un detersivo.</p>
<p>Qui entrano in gioco <strong>Apple e Google</strong>: per ora gli unici due veri contendenti nel far west dell’<strong><em>internet advertising</em></strong>.</p>
<p>Apple, dominante nel mondo della connettività mobile (l’anti-iPhone <strong>Nexus One</strong> di Google, nella prima settimana sul mercato, <a href="http://www.allmobileworld.it/wp-content/uploads/2010/01/N1sales.jpg" target="_blank">ha venduto solo 20.000 pezzi</a> contro il 1.600.000 della prima settimana del Melafonino), si è recentemente fatta forte dell’incorporazione nella propria struttura aziendale di <strong>Quattro Wireless</strong>, azienda di <em>mobile advertising</em> in grado di competere direttamente con l’AdMob recentemente acquisita a Mountain View. Ora, a testimonianza di un possibile terremoto nel settore, giungono indiscrezioni dalle pagine di Business Week riguardo a dei <strong>nuovi brevetti da parte di Cupertino</strong>.</p>
<p>Sembra infatti che Steve Jobs abbia in mente un nuovo sistema integrato di pubblicità da visualizzare nel browser di iPhone che sfrutti tutte informazioni fornite dallo smartphone per tarare il messaggio promozionale sulle necessità e le abitudini del singolo utente. Così la geolocalizzazione offerta dal GPS, le preferenze multimediali riferite da iTunes e le abitudini registrate da AppStore (o magari da Nike+) potrebbero diventare un cavallo di troia delle aziende nel personalissimo universo di ogni acquirente.</p>
<p>Se consideriamo che inoltre il muro tra <em>smartphone</em> e computer potrebbe subire un ulteriore duro colpo dal prossimo tablet di Jobs (l’<strong>iTablet</strong> o <strong>iSlate</strong> potrebbe essere presentato il 27 gennaio allo <em>Yerba Buena Center For The Arts</em> di San Francisco) e che nel futuro della Mela potrebbe esserci la pubblicità integrata nei sistemi operativi, la Apple potrebbe diventare in breve tempo un attore di primissimo piano nel panorama delle inserzioni online.</p>
<p>Qui però entra in scena <strong>Google</strong>. La company di Brin e Page infatti non si è fermata alla sopracitata acquisizione di AdMob, ma ha presentato all’US Patent &amp; Trademark Office un <strong>brevetto potenzialmente rivoluzionario</strong>.</p>
<p>Nonostante non si siano ancora placate le pur giuste polemiche sull’invasività di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Google_Street_View" target="_blank"><strong>StreetView</strong></a>, il ‘navigatore fotografico’ della grande G, a Mountain View hanno pensato alla possibilità, per ora solo sulla carta, di <strong>sostituire gli annunci pubblicitari</strong> fotografati dalle Google Cars <strong>con <em>web ad</em></strong> pagati da inserzionisti, magari tramite un sistema simile ai consolidati AdSense e AdWords. Questo tipo di pubblicità, come quello pensato da Apple, avrebbe il ‘vantaggio’ di essere geolocalizzato, personalizzato e (considerando le ambizioni facilmente deducibili da progetti come <em>Nexus</em>, <em>Android</em> e <em>Chrome OS</em>) mobile.</p>
<p>Il terreno su cui si giocheranno le battaglie del futuro, insomma, è proprio questo: quello del <em>personal advertising</em> e dell’<em>internet of things</em>. Le prospettive sono inquietanti, certo, ma la presenza sempre più massiccia delle pubblicità virtuali ci permette di immaginare un domani, forse un po’ utopico, nel quale la dematerializzazione degli annunci possa <strong>liberare gli spazi reali</strong> dall’ingombrante presenza della pubblicità tradizionale, restituendoci l’identità storico-architettonica delle nostre città, strappataci dagli ultimi cinquant’anni di consumismo.</p>
<p>E speriamo che nessuno ci tolga il sacrosanto diritto di tenere spento il cellulare.</p>
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		<title>È fatta: Google dice no alla censura Cinese.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:16:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La natura pervasiva della rete  è difficile da controllare. Già in passato abbiamo commentato il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.
L’Iran di Ahmadinejad però non è la Cina di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico schierarsi contro la censura ha costi ben diversi. (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="google dice no alla censura" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/cina.jpg" alt="google dice no alla censura" width="584" height="243" /></p>
<p>La natura pervasiva della rete  è difficile da controllare. Già in passato <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/06/16/elezioni-in-iran-la-censura-e-la-rete/" target="_blank">abbiamo commentato</a> il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.</p>
<p>L’Iran di Ahmadinejad però non è la <strong>Cina</strong> di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico <strong>schierarsi contro la censura</strong> ha costi ben diversi. Per le multinazionali del web infatti non scendere a patti con i controllori della superpotenza <strong>significherebbe</strong> incorrere in oscuramento certo e quindi <strong>rinunciare a un mercato di 300 milioni di utenti</strong>: un bacino ormai superiore anche all’utenza internet statunitense e decisamente allettante.</p>
<p>Per queste ragioni, nonostante il popolo di Seattle abbia insegnato ai colletti bianchi la convenienza in termini di vantaggio competitivo offerta da una condotta etica dell’impresa (e nonostante l’atavica allergia alle regole dei guru di internet), i numeri uno del web hanno via via capitolato alle richieste del governo cinese, escludendo dai propri siti una nutrita lista di argomenti sgraditi alla sala dei bottoni (su tutte le spinose questioni del Tibet e dello Xinjang).</p>
<p>Così <strong>Yahoo!</strong>, <strong>collaborazionista</strong> numero uno insieme al portale cinese Baidu, è arrivata ad eliminare il 97% delle keyword scottanti, nonché a coadiuvare la polizia locale sin dal 2002 nella <a href="http://punto-informatico.it/1461527/PI/News/dissidenti-cinesi-nuove-accuse-yahoo.aspx" target="_blank"><strong>caccia ai dissidenti</strong></a> e addirittura a consegnare spontaneamente alle autorità cinesi la corrispondenza di alcuni attivisti democratici (suscitando ufficialmente le ire di Julien Pain, responsabile di Reporters Sans Frontières). Altri attori del web non sono stati da meno, e così <strong>Google ha bloccato l’83% dei contenuti proibiti</strong>, <strong>MSN Search il 78%</strong> e <strong>Apple ha censurato</strong> dall’AppStore per iPhone <strong>due applicazioni</strong> riguardanti il Dalai Lama.</p>
<p>In questo sconfortante panorama di asservimento e business è però successo qualcosa, qualcosa di molto importante. <strong>Ieri Google ha detto no</strong>.</p>
<p>Dal blog ufficiale dell’azienda <a href="http://googleblog.blogspot.com/2010/01/new-approach-to-china.html" target="_blank">arriva l’annuncio</a> di “un nuovo approccio verso la Cina”. Intorno alla metà di dicembre i server di Gmail, il servizio di posta made in Mountain View, hanno subito una <strong>pesante offensiva da parte di hacker</strong> intenzionati a intercettare la corrispondenza privata degli attivisti per i diritti umani. Questi attacchi, il cui mittente viene solo tacitamente riconosciuto nei leader della Repubblica Popolare, rappresentano chiaramente <strong>un’attività di</strong> <strong>spionaggio di stato finalizzata alla soppressione dei diritti umani e civili</strong>.</p>
<p>Evidentemente, a casa di Brin e Page, qualcuno si è reso conto che quando si fanno compromessi al ribasso il gioco non vale la candela, e che per un’azienda il cui motto è “<em>don’t be evil</em>” c’era qualche contraddizione di troppo. Così è arrivata la decisione, e da oggi verranno <strong>ufficialmente rimossi tutti i filtri censori</strong> da parte del motore statunitense, mentre alla casa base si valuta l’eventualità non troppo remota della chiusura della sede Cinese.</p>
<p>Il dietrofront dell’attore numero uno del web apre <strong>scenari interessanti</strong>. L’idea che le regole della rete possano stravolgere i meccanismi tradizionali dell’economia torna ad affacciarsi alla mente dei più ottimisti, e intanto in molti iniziano a farsi una domanda: se il business con la ‘G’ maiuscola si tira indietro davanti al calpestamento dei diritti umani, quanto potere rimane ai regimi? <strong>Hu Jintao cambierà rotta</strong>? <strong>Diteci la vostra nei commenti</strong>!</p>
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		<title>Le100leggi #004: il rasoio di Occam</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 11:26:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ludwig Mies van der Rohe, architetto tedesco celebre per il suo straordinario gusto per l’essenzialità di una progettazione ‘pelle e ossa’ (“skin and bone”), ha coniato uno dei motti di maggior successo della modernità: “il meno è più” (“less is more”).
Questa idea di privilegiare un approccio pulito e minimalista al design riscontra da qualche decennio una fortuna tanto indiscussa da essere assurto a ‘comandamento’ per il designer contemporaneo (il fantastico duo Jobs e (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="occam" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/razor.jpg" alt="occam" width="584" height="243" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #888888;"><em>Esistono 100 leggi essenziali, 100 principi tanto fondamentali da essere i pilastri sui quali si regge l’intero mondo della comunicazione e del design. Nella rubrica “le100leggi” scopriremo insieme queste regole, approfondendone una alla volta, con lo scopo di imparare a costruire e comprendere a fondo gli artefatti comunicativi. La </em><strong><em>regola di oggi</em></strong><em> riguarda la necessità di una progettazione essenziale e risponde al nome di </em><strong><em>rasoio di Occam</em></strong><em>.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ludwig Mies van der Rohe, architetto tedesco celebre per il suo straordinario gusto per l’essenzialità di una progettazione ‘pelle e ossa’ (“<em>skin and bone</em>”), ha coniato uno dei motti di maggior successo della modernità: “<strong>il meno è più</strong>” (“<em>less is more</em>”).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa idea di privilegiare un approccio pulito e minimalista al design riscontra da qualche decennio una fortuna tanto indiscussa da essere assurto a ‘comandamento’ per il designer contemporaneo (il fantastico duo Jobs e Ive di casa <strong>Apple</strong> ne sa qualcosa). A voler formalizzare questo principio secondo il quale nel design la semplicità è da preferire alla complessità si può però ricorrere a un nome preciso: quello di ‘<strong>rasoio di Occam</strong>’.</p>
<p style="text-align: justify;">Guglielmo di Occam sosteneva che “<strong>le cose essenziali non devono essere moltiplicate oltre la necessità</strong>”. Allo stesso tempo Aristotele diceva che “<strong>la natura opera nel modo più veloce possibile</strong>”, Grossatesta che “<strong>date circostanze uguali, è migliore e più apprezzabile ciò che richiede meno elementi</strong>”, Newton sosteneva che “<strong>bisogna ammettere solo quelle cause che sono necessarie per spiegare i fenomeni</strong>” e infine anche Einstein ribadiva la necessità di “<strong>rendere le cose semplici, non semplificarle</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea che soggiace al principio del rasoio di Occam è che <strong>gli elementi superflui riducono l’efficienza del design</strong> <strong>e aumentano</strong> esponenzialmente <strong>le probabilità di conseguenze impreviste</strong>. In presenza di una progettazione funzionale e intuitiva, la ridondanza non può che peggiorare le prestazioni. Senza contare che a livello estetico  l’eliminazione di elementi superflui ha il senso di un ‘taglio’ delle impurità che riporta alla straordinaria pulizia della linea e della forma. A volte anche in ambiti imprevedibili. Avete presente la homepage di <strong>Google</strong>?</p>
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		<title>Lo spirito del tempo.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 15:21:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Oggi, prendendo spunto da alcune interessanti notizie della settimana (che menzioneremo alla fine), abbiamo l'ambizione di cercare di capire un po' di più lo spirito del nostro presente e del nostro futuro. Per farlo ricorderemo eventi apparentemente lontani tra loro. Ma si tratta solo di unire i puntini.
Nel 1964 Marshall McLuhan, nelle pagine di Understanding Media, conia il termine ‘Villaggio Globale’. Per decenni la fortuna del neologismo sarà legata al medium televisivo, da molti (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="lo spirito del tempo" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/11/zeitgeist.jpg" alt="lo spirito del tempo" width="584" height="243" /></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, prendendo spunto da alcune interessanti notizie della settimana (che menzioneremo alla fine), abbiamo l&#8217;ambizione di cercare di <strong>capire</strong> un po&#8217; di più <strong>lo spirito del nostro presente</strong> e del nostro futuro. Per farlo ricorderemo eventi apparentemente lontani tra loro. Ma si tratta solo di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=nFKY8CVwOaU" target="_blank">unire i puntini</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1964 Marshall McLuhan, nelle pagine di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Understanding_Media:_The_Extensions_of_Man" target="_blank">Understanding Media</a>, conia il termine ‘<strong>Villaggio Globale</strong>’. Per decenni la fortuna del neologismo sarà legata al medium televisivo, da molti prontamente identificato come l’attualizzazione tecnologica della visione del sociologo canadese.<br />
<strong>La televisione</strong>, come tutte le tecnologie, ha una <strong>parabola discendente</strong> e, soprattutto, attraversa un processo dialettico che prima del suo declino la porta a trasformarsi da strumento in grado di unire le famiglie a causa di disgregazione e isolamento sociale.<br />
Negli anni 80, mentre Umberto Eco saluta la nascita della <strong>neotelevisione</strong>, prende piede uno strumento tecnologico che avrebbe rivoluzionato per sempre la fruizione della musica: il <strong>Walkman</strong> di Sony. Alberto Abruzzese, nel suo Lessico della Comunicazione, offre un’interessante lettura di questa tecnologia di <strong>isolamento generazionale</strong>. Intanto, nel 1981, esordisce nell’etere un canale televisivo che avrebbe conosciuto un successo tanto grande da trasformarlo in fenomeno di costume: <strong>MTV</strong>. Su quell’altare l’industria musicale celebra il sacrificio dell’arte trasformando la <strong>musica in marketing</strong> e i videoclip in pubblicità. Il primo clip ad andare in onda è “Video killed the radio stars” dei Buggles.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1982 esce nei cinema di tutto il mondo <strong>Blade Runner</strong>, pellicola fantascientifica ispirata a un romanzo del 1968 di Philip K. Dick in cui Harrison Ford si aggira in un universo cyberpunk tra enormi schermi pubblicitari che segnano gli spazi urbanistici. Intanto il <strong>1984</strong> è passato, ma del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Socing" target="_blank">Socing</a> immaginato da Orwell nel suo libro del 1948 fortunatamente non ce n’è neanche l’ombra.<br />
Mentre gli anni 80 si apprestano a chiudersi consumati dal trionfo dei media, alla periferia ovest di Ginevra, nei laboratori del più grande laboratorio mondiale di fisica delle particelle, un uomo lavora a uno scambio di informazioni  su scala mondiale basato sugli ipertesti. <strong>Tim Berners Lee</strong> sta inventando il <strong>protocollo Http</strong> e il World Wide Web, nonché un nuovo mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Arriva il villaggio  globale. Questa volta sul serio. Il mondo spera e dispera: non si fa in tempo a ubriacarsi di new media e new economy che si crea una <strong>bolla speculativa</strong> che scuote dalle fondamenta le piazze economiche di tutto il mondo. Intanto arriva il 2000 e il temutissimo <strong><em>millennium bug</em></strong> si rivela l’ennesima fobia infondata. MTV ormai coltiva intere generazioni di teenager, mentre un’azienda americana che ha come logo una mela morsicata introduce sul mercato il successore del Walkman: l’<strong>iPod</strong>. Ma la fruizione della musica sta cambiando. Intanto dopo la Dot-Com bubble l’entusiasmo ha comunque ceduto il posto alla cautela, ma per la cautela non c’è tempo: arriva il <strong>Web 2.0</strong> che rivoluziona di nuovo tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo è completamente interconnesso e tutti sono conoscibili e reperibili. Un sito internet si trasforma in un leviatano da 250.000.000 di iscritti: se fosse un paese sarebbe il quarto più popoloso al mondo. Il suo nome è <strong>Facebook</strong>, e il Big Brother di 1984 è arrivato un po’ in ritardo. Intanto <strong>Nokia produce 13 telefonini al secondo</strong>, ma Apple presenta l’innovazione fatta oggetto. <strong>Arriva l’iPhone</strong>, il primo vero <em>device</em> per la connessione <strong>internet in mobilità</strong>. I tempi del Walkman sono culturalmente distanti anni luce.<br />
Il <strong>WWW</strong> celebra <strong>20 anni di vita</strong>. Tim Berners Lee rimpiange di aver inserito due slash nella sintassi http: se avesse programmato con più attenzione ne sarebbe bastato solo uno. Intanto <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/internet-numeri/internet-20-anni/internet-20-anni.html?ref=hpspr1" target="_blank">profetizza</a> che le pareti delle case si trasformeranno in <strong>giganteschi schermi</strong> connessi alla rete, e se la visione viene da lui e non dal Ridley Scott di Blade Runner c’è da crederci.</p>
<p style="text-align: justify;">E siamo ai giorni nostri, a questa settimana, per la precisione. Il gigante <strong>Google</strong> <a href="http://www.macitynet.it/macity/aA40710/google_due_acquisizioni_strategiche_in_meno_di_una_settimana.shtml" target="_blank">diventa sempre più grande</a>, e con buona pace della produzione record di Nokia acquisisce <strong>Gizmo5</strong>, società specializzata in tecnologie VoIP. Acquisisce anche <strong>AdMob</strong>, start-up specializzata sulla pubblicità per i dispositivi mobili. Negli stessi giorni sempre Google annuncia che un team di suoi ricercatori sta ultimando lo sviluppo di <a href="http://www.geekissimo.com/2009/11/13/spdy-google-protocollo-velocizza-internet/" target="_blank"><strong>SPDY</strong></a> (si legge speedy), <strong>un nuovo protocollo</strong> che supererà i limiti storici dell’Http rendendolo di molto più veloce.<br />
Questa settimana, sempre questa settimana, <strong>YouTube</strong>, altra emanazione di Mountain View, annuncia che è partito il test dello <a href="http://www.macitynet.it/macity/aA40709/youtube_dalla_settimana_prossima_arrivano_i_video_hd_1080p.shtml" target="_blank"><strong>streaming video a 1080p</strong></a>. La risoluzione full HD arriva in rete, e la rete arriva nei televisori.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto però <strong>la televisione arranca</strong>. MTV subisce i colpi inferti proprio da YouTube: chi è disposto ad aspettare ore per vedere il proprio video preferito quando può cercarlo in pochi secondi sul web? MTV annuncia <a href="http://www.mtvmusica.it/" target="_blank"><strong>mtvmusic.com</strong></a>, sito che ospiterà 25.000 videoclip musicali e che rappresenta il disperato tentativo di sopravvivenza di una rete che vede la propria fine vicina.<br />
Intanto <strong>Firefox</strong>, leader dei browser open source, compie <strong>cinque anni di vita</strong>. Il suo creatore <a href="http://www.wired.it/news/archivio/2009-11/13/intervista-le-visioni-del-fantastico-mr-firefox.aspx" target="_blank">spende fiumi di parole</a> per sensibilizzare sull’importanza della net neutrality e della diffusione della rete. In Italia <strong>il governo</strong>, nella persona di Giulio Tremonti, decide di <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200911articoli/49158girata.asp" target="_blank"><strong>congelare i fondi</strong></a> precedentemente stanziati <strong>per l’abbattimento del digital divide</strong>. Internet è veloce, certa politica un po’ meno.</p>
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		<title>Pubblicità Microsoft e Apple, la lotta delle idee.</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 11:14:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa succede quando nel mercato oligopolico dei sistemi operativi per computer si scontrano due grandi novità del settore? Pubblicità, tanta pubblicità, ovviamente. E infatti sono usciti i nuovi spot Microsoft e Apple. 
Il terreno di gioco è quello che vede contrapposti Microsoft Windows 7 e Apple Os X Snow Leopard: due software totalmente distinti non solo dal punto di vista tecnico, ma anche e soprattutto dal punto di vista della filosofia aziendale. (...)
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="pc vs mac" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/10/winvsmac.jpg" alt="pc vs mac" width="584" height="243" /></p>
<p>Cosa succede quando nel mercato oligopolico dei sistemi operativi per computer si scontrano due grandi novità del settore? Pubblicità, tanta pubblicità, ovviamente. E infatti <strong>sono usciti i nuovi spot Microsoft e Apple</strong>. Vediamoli:</p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/zcNlX7n0zEA&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/zcNlX7n0zEA&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/AtvloPFYocw&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/AtvloPFYocw&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Il terreno di gioco è quello che vede contrapposti Microsoft Windows 7 e Apple Os X Snow Leopard: due software totalmente distinti non solo dal punto di vista tecnico, ma anche e soprattutto dal punto di vista della <strong>filosofia aziendale</strong>.</p>
<p><em>(saltate questo paragrafo se già avete familiarità con le differenze tra i due competitor)</em><br />
<strong>Windows</strong> è sempre stato il sistema operativo <strong>per il calcolo</strong>, gli ‘smanettoni’ <strong>o i dilettanti</strong> (e detiene una quota di mercato che, avendo sfiorato a lungo il monopolismo, ha attirato più di una volta le attenzioni delle autority antitrust), mentre <strong>Mac</strong> è sempre stata <strong>la scelta dei creativi</strong> e dei professionisti.  Win ha dalla sua la compatibilità con una gamma pressoché illimitata di programmi e un prezzo dell’hardware compatibile mediamente più basso (a scapito però della qualità costruttiva e progettuale), mentre soffre di un’atavica tendenza a malfunzionamenti di ogni sorta e di una maggiore vulnerabilità ai virus (anche per via del numero di minacce direttamente proporzionale alle dimensioni della sua quota di mercato). Mac d’altro canto è caratterizzato da un’attenzione al design estetico e funzionale senza paragoni, da una maggiore resistenza agli attacchi informatici, da una suite di programmi in dotazione gratuita di primissimo livello e da un costo del sistema operativo (molto più performante e usabile del sw Microsoft ma compatibile esclusivamente con hardware Apple) estremamente contenuto. In compenso la cura al dettaglio comporta anche un prezzo più salato dell’hardware e la quota di mercato minoritaria implica una compatibilità ridotta con molti software (benché tutti i programmi più diffusi, giochi a parte, abbiano anche una versione per l’Apple).</p>
<p><strong>Fino a ieri Windows</strong> ha avuto <strong>un’immagine estremamente opaca</strong> mentre <strong>Apple</strong> si è distinta per un <strong>impianto di identità aziendale</strong> e immagine coordinata <strong>tra i più curati</strong> e efficaci mai concepiti. Celeberrima “Get A Mac”, l’ormai storica serie di spot a puntate basata su divertenti gag comparative tra le impersonificazioni dei due sistemi operativi con la quale Apple ha promosso il proprio universo aziendale. Negli spot dell’azienda di Jobs un giovane arguto e amichevole (Mac) tratta con accondiscendenza gli attacchi di un ragioniere fuori forma, impacciato e piuttosto squallido (Pc). Il tutto con un caratteristico sfondo bianco, richiamo al minimalismo della corporate image della Mela.<br />
Sorvolando su virali di pessimo gusto e sulle mediocri campagne “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=hi1se9rH7S8">I’m a PC</a>” e “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=EIS6G-HvnkU">Laptop Hunters</a>” di cui abbiamo parlato in un <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/09/im-a-pc-e-sparo-agli-iphone/">articolo precedente</a>, c’è da dire che in occasione dell’uscita del nuovo sistema operativo (il cui lancio sul mercato di ieri è stato in parte offuscato dalle novità Apple presentate un paio di giorni prima) <strong>Microsoft ha deciso di puntare su un’immagine totalmente nuova</strong>: estremamente calda (addirittura kitsch), colorata e, perché no, femminile.<br />
Il dirottamento di target attuato da Redmond potrebbe essere la prima <strong>mossa comunicativa veramente azzeccata</strong> da molti anni a questa parte: il differenziarsi dall’elegante essenzialità Apple (leggi: freddezza) puntando su contenuti emotivi potrebbe essere la chiave del rilancio di un marchio ormai spento. Senza contare che questa strategia potrebbe essere il primo passo di un <strong>percorso di capovolgimento</strong> delle accuse di ‘impersonalità’ una volta mosse da Cupertino. E non a caso proprio un paio di giorni fa proprio da questo blog è partito il <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/21/apple-misure-fuori-logo/">primo ragionamento</a> in rete sul significato del <strong>nuovo logo Apple</strong> “iMac”.</p>
<p>Se anche Microsoft avesse finalmente trovato dei benefit efficaci sui quali far leva nella propria comunicazione istituzionale, la lotta tra i due giganti del software si potrebbe trasferire su un piano del tutto inedito e creativamente entusiasmante. E ne vedremmo delle belle. Nel frattempo aspettiamo il <a href="http://blogs.zdnet.com/BTL/?p=4499">web 4.0</a> (quello dei sistemi operativi in rete).</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/AiU1Gu14xG0&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/AiU1Gu14xG0&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/U6adgIJE8YQ&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/U6adgIJE8YQ&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Apple, misure fuori logo.</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 09:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Apple Inc. non è mai stata così forte, e si ingrandiscono sia le quote di mercato sia i logotipi. Sono appena stati pubblicati i risultati fiscali per il quarto trimestre 2009 e l’azienda di Cupertino può vantare numeri semplicemente sbalorditivi (un fatturato di 9.87 miliardi di dollari con 1.67 miliardi di profitti netti). La variazione tendenziale delle vendite di iPhone è del +8% mentre i computer Mac registrano addirittura un ∆ del +17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. (...) ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="nuovo logo iMac" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/10/imac.jpg" alt="nuovo logo imac" width="584" height="243" /></p>
<p><strong>Apple</strong> Inc. non è <strong>mai stata così forte</strong>, e si ingrandiscono sia le quote di mercato sia i logotipi. Sono appena stati pubblicati i risultati fiscali per il quarto trimestre 2009 e l’azienda di Cupertino può vantare numeri semplicemente sbalorditivi (un fatturato di 9.87 miliardi di dollari con 1.67 miliardi di profitti netti). La variazione tendenziale delle vendite di iPhone è del +8% mentre i computer Mac registrano addirittura un ∆ del +17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.<br />
E proprio mentre i dati del Q409 di Apple stanno causando più di qualche malcontento a Redmond, dove ci si appresta al lancio di Windows 7 sapendo che una parte sempre più consistente del mercato migra a Mac Os X, Cupertino <strong><a href="http://www.macitynet.it/macity/aA40317/imac_macbook_rinnovati_e_magic_mouse_ecco_le_novita_di_ottobre.shtml">rinnova la gamma</a> dei propri computer</strong> da tavolo introducendo gli ennesimi capolavori di tecnologia e design minimalista.</p>
<p>Arriva qui una novità che avrà colpito i più attenti: la homepage di apple.com dedicata ai nuovi iMac introduce un <strong>nuovo logo</strong> in casa Apple. Fino ad oggi i nomi dei prodotti ‘hardware’ (iPhone e iPod compresi) dell’azienda di Jobs erano semplicemente scritti con la font istituzionale del brand (una versione modificata del Myriad Pro regular con una spaziatura leggermente più stretta di quella standard). La presenza distintiva di quella ‘i’ minuscola all’inizio e la compresenza del marchio della mela morsicata erano più che sufficienti per garantire il rispetto del rigoroso, essenziale ed efficace impianto di immagine coordinata dell’azienda.<br />
Ora però qualcosa è cambiato: la parola iMac appare scritta (unico caso) in Myriad Pro semibold, con la solita spaziatura, e con un effetto tridimensionale di riflesso. Sembra un cambiamento insignificante, ma nella corporate image di Cupertino nulla è lasciato al caso.</p>
<p align="center"><img src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/10/imac2.jpg" alt="nuovo logo iMac" /></p>
<p>Fino ad ora le scritte Apple erano o in tinte piatte o in un gradiente verticale sul grigio con una leggera ombra discendente esterna a dare tridimensionalità. L’effetto grafico del riflesso era stato introdotto nel marchio della Mela  nella variante ‘aqua’ nel 2001 e in quella ‘glass’ nel 2003, aggiornata da un paio d’anni con un tratto più netto. Prima d’ora però aveva trovato applicazione tipografica solo sulla <a href="http://images.apple.com/nz/macosx/snowleopard/images/hero20080609.jpg">grande X</a> (Myriad Pro bold), logo del sistema operativo Mac Os X.<br />
Questo piccolo <strong>grande cambiamento</strong> non può essere privo di significato per un’azienda il cui CEO è noto per il perfezionismo maniacale ed è stato capace di far riposizionare le quattro minuscole viti di un prototipo di MacBook solo per avere un equilibrio estetico migliore. In realtà, nel suo storico e commovente <a href="http://www.youtube.com/watch?v=nFKY8CVwOaU">discorso alla Stanford University</a>, era lui stesso a ricordare quanto le minuzie apprese in un corso di calligrafia all’università avessero condizionato il suo operato in Apple. “God is in the details”, diceva Mies Van Der Rohe, e nel suo settore Jobs è quanto di più vicino ci sia a un dio. Pertanto perché una scelta che molti addetti ai lavori giudicheranno opinabile? Perché quel riflesso così ‘2.0’? Perché il passaggio da regular a semibold?</p>
<p>Ci è dato solo speculare, ovvio, ma le conclusioni cui ci sentiamo di arrivare sono due: la volonta di richiamare sin dal logo un’associazione immediata con Mas Os X Snow Leopard (straordinario successo commerciale anche per il disastroso flop di Windows Vista) e quella di usare forme più ‘calde’ ed espedienti grafici più evidenti per ammiccare a un pubblico più giovane e meno professionale (leggi: quota di mercato sproporzionata). Nessuno ovviamente vuole insinuare che Apple stia svendendo la propria anima (anche perché la mano del designer Jonathan Ive, padre del nuovo iMac, rimane da assoluto fuoriclasse), ma anche la scelta di mantenere nella gamma un prodotto come il MacBook ‘white’ sembrerebbe confermare questo trend. Mies Van der Rohe diceva anche “Less is more”. Questa volta Jobs ha fatto una piccola eccezione.</p>
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		<title>&#8220;I&#8217;m a PC&#8221; e sparo agli iPhone.</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 09:13:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
L&#8217;imbarazzo del colosso di Redmond dinnanzi alla costante erosione delle proprie quote di mercato da parte della mela di Jobs aveva già avuto modo di esprimersi nelle campagne pubblicitarie &#8220;I&#8217;m a PC&#8221; e &#8220;Laptop Hunters&#8221;, tese probabilmente a rafforzare il brand engagement con il mondo dei Personal Computer (adottando la dubbia scelta di trattare una tecnologia come un brand, riconoscendo così automaticamente un valore intrinseco ai prodotti di Cupertino). Se però credevate che si fosse toccato il fondo con le frasi imbarazzanti e controproducenti pronunciate nei suddetti commercial (&#8221;Forse non ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="Ballmer: I'M A PC!!!!!!!!!!!!!" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/10/ballmer.jpg" alt="I'M A PC!!!!!!!!!!!!!" width="584" height="243" /></p>
<p>L&#8217;imbarazzo del colosso di Redmond dinnanzi alla costante erosione delle proprie quote di mercato da parte della mela di Jobs aveva già avuto modo di esprimersi nelle campagne pubblicitarie &#8220;I&#8217;m a PC&#8221; e &#8220;Laptop Hunters&#8221;, tese probabilmente a rafforzare il brand engagement con il mondo dei Personal Computer (adottando la dubbia scelta di trattare una tecnologia come un brand, riconoscendo così automaticamente un valore intrinseco ai prodotti di Cupertino). Se però credevate che si fosse toccato il fondo con le frasi imbarazzanti e controproducenti pronunciate nei suddetti commercial (&#8221;Forse non sono abbastanza cool per avere un Mac&#8221;), vi invitiamo a visionare un nuovo virale, la cui provenienza è lapalissiana, nel quale si cerca di persuadere chi &#8220;è un PC&#8221; della poetica bellezza di un paio di fucilate ben assestate contro un iPhone. Forse è bene che Steve Ballmer non entri in possesso di un fucile in presenza di Jobs: non si sa mai&#8230;<br />

<p align="center"><object width="560" height="340"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Db7pKjUrNXQ&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/Db7pKjUrNXQ&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="560" height="340"></embed></object></p>
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