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	<title>Blog Comunicazione &#187; società e innovazione</title>
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		<title>Per i politici siamo scimmie.</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 10:43:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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Oggi inizieremo parlando di politica e di fossili viventi. E no, non ci stiamo riferendo ad alcuni senatori ultraottuagenari, ma a delle creature ben più sorprendenti: le meduse.
Questi animali che popolano gli abissi sono tra i primi a essere apparsi nella storia della vita e si presentano in un’incredibile eterogeneità di forme e caratteristiche. Tra le tante varietà, una delle più sorprendenti presenta una caratteristica apparentemente impossibile: ha 25 occhi e nessun cervello. Ed è la testimonianza evolutiva di come tutto il nostro vivere sia condizionato dal senso della vista, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="distrattori attentivi" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/04/macaco.jpg" alt="distrattori attentivi" width="584" height="243" /></p>
<p>Oggi inizieremo <strong>parlando di politica</strong> e di fossili viventi. E no, non ci stiamo riferendo ad alcuni senatori ultraottuagenari, ma a delle creature ben più sorprendenti: <strong>le meduse</strong>.</p>
<p>Questi animali che popolano gli abissi sono tra i primi a essere apparsi nella storia della vita e si presentano in un’incredibile eterogeneità di forme e caratteristiche. Tra le tante varietà, una delle più sorprendenti presenta una caratteristica apparentemente impossibile: ha <strong>25 occhi e nessun cervello</strong>. Ed è la testimonianza evolutiva di come tutto il nostro vivere sia condizionato dal senso della vista, nonché di come processi incredibilmente complessi come le emozioni o il pensiero siano il mero risultato dello sviluppo di un organo preposto a distinguere la luce dal buio: l’occhio.</p>
<p><strong>L’occhio umano è una macchina raffinatissima</strong> capace di performance straordinarie: è in grado compiere <strong>movimenti fulminei</strong> di natura matematicamente discreta che si focalizzano esclusivamente su quelli che il cervello percepisce come punti d’interesse, tralasciando le informazioni secondarie (<strong><em>movimenti saccadici</em></strong>). In altre parole siamo in grado di <strong>individuare un’informazione rilevante</strong> e di ‘posare’ lo guardo su di essa, tralasciando ogni altra informazione visiva, con un movimento oculare che ha un’ampiezza di 20° ma una <strong>velocità di 900°/sec</strong>.</p>
<p>Cos’ha a che fare tutto questo con la politica? Ve lo spieghiamo attraverso uno studio presentato dal dott. Liuzza al convegno “Neurosocietà”, organizzato dalla facoltà di psicologia dell’Università La Sapienza nell’ambito della <em>Brain Awareness Week 2010</em>.</p>
<p>Un campione selezionato di individui è stato sottoposto a un contesto sperimentale finalizzato all’analisi del <strong>rapporto tra segnali attentivi, effetto dei distrattori e loro status sociale</strong>. Semplifichiamo: su uno schermo <strong>venivano mostrate delle frecce</strong> che indicavano una direzione (destra o sinistra), <strong>e in contemporanea</strong> <strong>dei volti</strong> statici, sia di persone comuni che <strong>di politici</strong>, il cui sguardo (neutro alla comparsa dell’immagine) si muoveva in una direzione randomica che poteva essere uguale o opposta a quella della freccia. Una telecamera posta sullo schermo registrava la saccade dello spettatore.</p>
<p>Mentre i segnali attentivi convenzionali (ad esempio le frecce) sono il risultato di un’interpretazione e quindi richiedono un processamento cerebrale relativamente più lungo, <strong>i segnali attentivi biologici</strong> (come il movimento degli occhi) vengono <strong>istintivamente interpretati dal cervello</strong>, che attiva automaticamente quei <strong>neuroni specchio</strong> sui quali <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/16/accuse-ai-neuroni-specchio-riflettiamo/" target="_blank">ci siamo già soffermati in passato</a>.</p>
<p>I risultati del suddetto esperimento, per quanto ancora incompleti, hanno confermato un interessante dato che però non ci è nuovo: <strong><a href="http://www.blogcomunicazione.com/2010/02/07/apple-e-il-neuro-marketing/" target="_blank">siamo tutti macachi</a></strong>. Infatti così come la struttura sociale dei primati si delinea spontaneamente poiché l’effetto attentivo è modulato dallo status sociale del distrattore, anche tra gli uomini <strong>il potere detenuto da un individuo arriva a incidere in modo subliminale sull’interpretazione <em>immediata</em> di un segnale visivo</strong>.</p>
<p>Mentre i segnali biologici inviati dai distrattori anonimi non facevano registrare un’apprezzabile differenza rispetto ai segnali convenzionali, quelli inviati dai politici avevano una forte predominanza sulle frecce, confermando l’assunto di cui sopra. I <strong>risultati</strong> sono stati <strong>statisticamente bilanciati</strong> escludendo gli estremi e ottenendo un indice di efficienza (IE) risultante dal quoziente del tempo di risposta (RT) per l’accuratezza dello sguardo (ACC).</p>
<p>Interessante come <strong>i politici più influenti</strong> fossero quelli generalmente riconosciuti come <strong>più informali</strong> (nello specifico Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro). Questo a causa della loro maggiore capacità, evidentemente misurabile anche in un contesto così controllato, di influire attraverso le ‘dimensioni di personalità’. Tramite modelli come quello del <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Big_Five_(psicologia)" target="_blank">Big Five</a></strong>, i due risultano infatti i leader maggiormente capaci di attivare quella che con un termine alquanto auto-esplicativo viene definita <strong>similarità percepita</strong>.</p>
<p>Morale della favola? Se siete un politico cercate di somigliare il più possibile al vostro elettorato. Tanto, volenti o nolenti, siamo tutti scimmie.</p>
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		<title>Apple e il Neuro-Marketing</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 15:25:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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Nella prima parte di questo articolo abbiamo iniziato ad introdurre i segreti della persuasione usati dalla Apple di Steve Jobs per comunicare la straordinarietà – percepita o reale che sia – dei suoi prodotti. Abbiamo parlato della struttura a rete della nostra memoria e della sua importanza nella formazione dei concetti e quindi nella nostra valutazione del mondo. Infine abbiamo ragionato su come la ripetizione sia fondamentale nei pattern di funzionamento delle nostre reti neurali. Ora vediamo cosa succede in dettaglio nel nostro cervello, ne rimarrete sorpresi.
L’aggettivo più suggestivo sul ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="apple neuromarketing" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/02/raggi.jpg" alt="apple neuromarketing" width="584" height="243" /></p>
<p><em><span style="color: #888888;">N</span></em><em><span style="color: #888888;">ella <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2010/02/04/apple-e-persuasione-i-segreti-svelati/" target="_blank">prima parte</a> di questo articolo abbiamo iniziato ad introdurre i segreti della persuasione usati dalla Apple di Steve Jobs per comunicare la straordinarietà – percepita o reale che sia – dei suoi prodotti. Abbiamo parlato della struttura a rete della nostra memoria e della sua importanza nella formazione dei concetti e quindi nella nostra valutazione del mondo. Infine abbiamo ragionato su come la ripetizione sia fondamentale nei pattern di funzionamento delle nostre reti neurali. Ora vediamo cosa succede in dettaglio nel nostro cervello, ne rimarrete sorpresi.</span></em></p>
<p>L’aggettivo più suggestivo sul quale ha puntato molto Jobs nel comunicare l’<strong>iPad</strong>, e che non a caso ha colpito anche l’immaginazione di gran parte della stampa, è <strong>‘magico’</strong>. In passato vi abbiamo già parlato dei <strong>lovemarks</strong>, e, qualora non ricordiate cosa siano, <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/11/01/effetto-lowmarks/" target="_blank">andate a rileggere quel che abbiamo scritto</a> o accontentatevi di sapere che il guru della pubblicità Kevin Roberts ha ‘cambiato’ il mondo dell’advertising mettendo al centro della catena di consumo l’amore.</p>
<p>Nei libri di Roberts è evidente come gli ingredienti fondamentali per <strong>costruire la fedeltà cieca per un brand</strong> siano proprio la magia, il mistero e la seduzione. E cos’altro sono questi se non l’unione di un senso di gioia e un senso di anticipazione? <strong>Usando il</strong> <strong><a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/06/costruire-le-emozioni/" target="_blank">prisma delle emozioni di Plutchik</a></strong>, possiamo quindi concludere che la ‘magia’ dell’iPad è anche un modo per <strong>suscitare l’ottimismo</strong>, che sempre in base al prisma è il passaggio che precede l’amore. Jobs conosce bene i meccanismi dei lovemarks quindi.</p>
<p>Ora facciamo un piccolo salto &#8211; solo apparentemente distante &#8211; e consideriamo un <strong>fenomeno emerso negli ultimi anni</strong> anche grazie alla rivoluzione dei contenuti legata alle piattaforme di <em>videosharing</em>: l’unpacking o <strong>unboxing</strong>. L’abitudine tipicamente <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Geek" target="_blank">geek</a></em> di riprendere e condividere con degli sconosciuti il momento ‘magico’ della prima apertura del packaging di un nuovo acquisto è la sublimazione postmoderna di un’attitudine al consumo che cerca forme nuove per esprimersi, e il motore che la anima è proprio lo stesso che permette di usare l’aggettivo ‘magico’ a Jobs. Roba da macachi (e non parliamo solo di fan della mela, questa volta).</p>
<p><strong>Era il 1992 e a Parma</strong> il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti attendeva nel suo laboratorio il rientro dei suoi assistenti da una breve pausa.  Accanto a lui una <strong>scimmia</strong>, per la precisione un macaco, era già pronta per gli esperimenti e aveva degli <strong>elettrodi innestati nell’area F5 della corteccia cerebrale</strong>. Uno degli assistenti aveva ancora con sé un gelato, che si stava per affrettare a finire sotto lo sguardo vigile e interessato del primate. A quel punto, come il ragazzo portò il cono alla bocca, accadde qualcosa. I monitor iniziarono a segnalare che alla vista di quel gesto si era attivata la corteccia prefrontale del macaco. Il cervello della scimmia dava al corpo, per poi immediatamente annullarla, l’istruzione di leccare il gelato. <strong>Erano stati scoperti i neuroni specchio</strong>.</p>
<p>I neuroni specchio, con buona pace di qualche polemista in cerca di visibilità <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/16/accuse-ai-neuroni-specchio-riflettiamo/" target="_blank">del quale vi abbiamo già parlato</a>, sono la testimonianza che il nostro cervello, quando osserviamo un’azione finalizzata compiuta dinnanzi a noi o ne leggiamo o ascoltiamo la descrizione, attiva immediatamente la corteccia premotoria per predisporci a ripeterla. <strong>La base atavica e inconsapevole dell’agire sociale quindi</strong>.  Studi condotti attraverso fMRI sull’uomo dimostrano che la nostra predisposizione ad agire anche solo in corrispondenza di parole che descrivono un’azione è tanto immediata quanto inevitabile. Pertanto, indovinate? Il primo compito che assolve la nostra corteccia cerebrale appena abbiamo decodificato le parole ‘stupefacente’, ‘meraviglioso’ e ‘entusiasmante’ pronunciate dallo Steve Jobs di turno è stupirsi, meravigliarsi, entusiasmarsi. E da lì, al massimo, l’azione può essere annullata. Quando si dice ‘<strong>il potere della parola’.</strong></p>
<p>I neuroni specchio hanno un ruolo anche nel ‘magico’ <em>unboxing</em> di cui sopra. Nel pubblico presumibilmente empatico di quegli strani video, vedere qualcuno che compie quell’<em>eccitante</em> gesto di apertura di una scatola attiva i nostri neuroni specchio mettendo in moto quello stesso <strong>meccanismo di gratificazione</strong> che già <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Petrovič_Pavlov" target="_blank">Pavlov</a> aveva notato nei propri cani. <strong>Il cervello produce dopamina</strong>.</p>
<p>La dopamina è un neurotrasmettitore, cioè una sostanza chimica che, veicolando determinate informazioni tra le sinapsi, ‘unisce’ i nodi di quella rete che è il nostro cervello. La dopamina ha un ruolo tanto nelle funzioni motorie che abbiamo già ricollegato ai neuroni specchio (in particolare nell’area nigrostriatale) tanto nelle funzioni legate alla memoria, ai sentimenti e alle emozioni (nell’area memomimico-mesocorticale). Semplificando e concentrandoci su ciò che ci interessa, possiamo dire che la dopamina è la responsabile di quell’esaltazione consumistica che ci fa provare piacere quando facciamo shopping o scartiamo un nuovo acquisto. Inoltre, sempre questo stesso neurotrasmettitore presiede al senso di eccitazione e gratificazione che proviamo dinnanzi a ciò che percepiamo come nuovo.</p>
<p>In questo contesto, <strong>la dopamina</strong> diventa fondamentale: è ciò che <strong>esalta l’uditorio</strong> ‘diffuso’ di Jobs davanti a un prodotto estremamente innovativo, è ciò che <strong>anima il desiderio consumistico</strong> di possederlo ed è <strong>la causa</strong> <strong>della</strong> sensazione di <em>ricompensa</em> e soddisfazione della <em>curiosità</em> che proveremo <strong>al momento di un eventuale acquisto</strong> o, tramite i neuroni specchio, <strong>osservando</strong> uno dei mille video di <strong>unboxing </strong>che prolifereranno a breve su YouTube.</p>
<p>Ma soprattutto la dopamina è il motivo per cui Jobs, forse non così consapevolmente, usa <strong>tutti quegli aggettivi entusiastici</strong>. Il significato generale che attribuiamo ad essi è legato al nostro individuale bagaglio di esperienze positive che ci hanno permesso di costruire una scala di giudizio su ciò che ci circonda. E tra i vari neurotrasmettitori che rendono ‘piacevoli’ le emozioni positive c’è proprio la dopamina. In sede d’ascolto, l’associazione automatica fatta dal nostro cervello tra i termini ‘<em>amazing</em>’ e ‘iPad’  ripercorre quelle <strong>‘strade neurali’ già battute</strong> creando i presupposti per il <strong>rilascio di questo</strong> <strong>neurotrasmettitore</strong>. Tutti gli altri elementi di rafforzamento della comunicazione entusiastica non fanno che aumentare le probabilità che tale produzione del neurotrasmettitore avvenga.</p>
<p>C’è infine un’ultima questione. Senza dilungarci troppo a riguardo, è bagaglio comune che prodotti che promettono una <em>user experience</em> tanto innovativa quanto quella dell’iPhone/iPad siano degli <strong>status</strong> <strong>symbol</strong>. Questo concetto caro tanto alla psicologia quanto alla sociologia dei consumi ha in realtà fondamenti molto tangibili. Esso infatti <strong>corrisponde</strong> <strong>all’attivazione di un’area corticale precisa</strong> che produce una sensazione di soddisfazione al raggiungimento di una posizione simbolica di superiorità: <strong>l’area 10 di Brodmann</strong> (BA10), situata nella corteccia frontale. Inoltre questo stesso settore del cervello è quello che presiede alla capacità del <strong>cervello</strong> di gestire più compiti in contemporanea (dato che l’uomo, a differenza dell’iPad, è <strong><em>multitasking</em></strong>). Fattore fondamentale nell’era della mobilità e dell’ubiquitous computing.</p>
<p>Insomma, anche se sembra che quando l’abile venditore di turno incensa la propria merce non stia facendo nulla di straordinario, nel nostro cervello succede molto più di quanto possiamo immaginare. Ci sarà un motivo se si parla di persuasori occulti?</p>
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		<title>iPad: perché è rivoluzionario.</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 09:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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Probabilmente già tutti sapete tutto dell’iPad, e in questa sede non abbiamo intenzione di ripetere i discorsi che avete già letto altrove. Eppure c’è ancora qualcosa da dire.
Ieri Steve Jobs ha scritto una pagina di storia, e lo sapeva. Ai suoi collaboratori di Cupertino nei giorni scorsi aveva confessato di esser consapevole che l’iPad fosse l’innovazione più importante di tutta la sua carriera (ricordiamo che Jobs è il padre dell’iPod e dell’iPhone, non l’ultimo degli sprovveduti), e in effetti la nuova creatura Apple ha tutti i numeri per rivoluzionare per ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="ipad" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/jobs.jpg" alt="ipad" width="584" height="243" /></p>
<p>Probabilmente già tutti sapete tutto dell’<strong>iPad</strong>, e in questa sede non abbiamo intenzione di ripetere i discorsi che avete già letto altrove. Eppure c’è ancora qualcosa da dire.</p>
<p>Ieri <strong>Steve Jobs</strong> ha scritto una pagina di storia, e lo sapeva. Ai suoi collaboratori di Cupertino nei giorni scorsi aveva confessato di esser consapevole che l’iPad fosse l’<strong>innovazione più importante di tutta la sua carriera</strong> (ricordiamo che Jobs è il padre dell’iPod e dell’iPhone, non l’ultimo degli sprovveduti), e in effetti la nuova creatura Apple ha tutti i numeri per rivoluzionare per sempre il nostro modo di percepire la tecnologia.</p>
<p>Dopo il lancio alcuni lo hanno definito come un iPhone gigante, altri come un <em>netbook touchscreen</em>, altri come un <em>e-book reader</em> multimediale, altri come un <em>tablet pc</em> con molti limiti. Ma la sostanza è solo una: a Cupertino hanno sfornato un device talmente innovativo da non trovare una sola definizione, in grado di avere un impatto sulla comunicazione e navigazione in mobilità mai visto. Vediamolo in azione:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/9q1RithxrzY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/9q1RithxrzY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><strong>La comunicazione Apple</strong></p>
<p>Come al solito l’arrivo di un nuovo prodotto Apple è preceduto da un’<strong>attenzione mediatica altissima</strong>. Questo perché a <em>Infinite Loop</em>, sede della Mela, sono maestri nel costruire un’attesa spasmodica da parte dei media. Ma anche perché, per qualche misteriosa ragione, al mondo non esiste (ancora) un vero <em>competitor</em> in grado di disturbare i sonni dell’iCEO e offrire prodotti altrettanto innovativi.</p>
<p>La presentazione dell’iPad non era stata deliberatamente annunciata, ma era nell’aria. Una fuga controllata di <em>rumors</em> dagli uffici Apple aveva già messo in allerta Redmond, che aveva improvvisato insieme a <strong>HP</strong> la <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=apwIiqIKf84" target="_blank">presentazione estremamente imbarazzante</a> di un Tablet Pc</strong> di cui non aveva diffuso specifiche tecniche, prezzo, data di uscita o immagini dell’oggetto in azione. Il nulla, insomma.</p>
<p>Quindi, tramite un giornalista del Wall Street Journal,  avevano fatto trapelare che il nuovo prodotto si sarebbe chiamato <strong>iSlate</strong>. E immediatamente HP si era affrettata a ribattezzare il proprio tablet ‘<em>slate pc</em>’. Ma nel frattempo la ditta IP Application Development (IPAD), riconducidibile alla Slate Computing Co. (<strong>scatole cinesi manovrate da Apple</strong>), rivendicava legalmente negli USA il trademark iPad, precedentemente registrato da Fujitsu.</p>
<p>E a quel punto era ovvio che ‘iPad’, corto, incisivo e così simile a quell’iPod che ha dettato legge negli anni scorsi, fosse il nome ideale per creare nuovamente un riferimento dal quale il mercato futuro non potrà prescindere.</p>
<p>Poi sono arrivate le <strong>prime pagine</strong> dei giornali di tutto il mondo. Vi pare accada per altre aziende o prodotti?</p>
<p><strong>Perché è una rivoluzione?</strong></p>
<p><strong>L’iPad già divide</strong>. Mentre infatti i riflettori di mezzo mondo sono puntati sul tablet, i geek tecno-maniaci, capaci di un’autoreferenzialità senza paragoni, si affrettano a lamentare l’eccessiva somiglianza con il melafonino, l’assenza di una webcam, di un GPS o dell’implementazione della (pessima) tecnologia Adobe Flash. Ma non vedono al di là del proprio naso.</p>
<p>Pure prescindendo da quelli che sono ovvi spazi per implementazioni successive (la differenziazione del prodotto consiste anche nel calcolo del giusto <em>timing</em>), con il suo tablet dal software intuitivo, funzionale e affidabile, Apple immette sul mercato un <strong>cavallo di Troia</strong> per entrare in quei settori della <strong>vita quotidiana</strong> in cui i PC, netbook compresi, e gli smartphone ancora non avevano sfondato. Gli incontri tenuti nei mesi scorsi dagli inviati di Cupertino con i medici del <em>Cedars-Sinai Medical Center</em> di Los Angeles dimostrano proprio questo.</p>
<p>Immaginate l’impatto di un oggetto intuitivo e versatile come questo (e dal costo tanto contenuto per la versione base) nella vita di tutti i giorni. Immaginate dei <strong>medici</strong> <strong>ospedalieri</strong> le cui ‘cartelline’ sono sempre aggiornate in tempo reale, interconnesse e dotate di software specifici. Immaginate gli stessi benefici applicati alla<strong> pubblica</strong> <strong>amministrazione</strong> (anche se in Italia siamo ancora nel terzo mondo) o al <strong>commercio</strong>. Immaginate la carta risparmiata nella <strong>stampa dei quotidiani</strong>, senza che però venga persa l’abitudine di comprare il giornale elettronico e ‘sfogliarlo’ dalla propria poltrona preferita. Immaginate <strong>gli studenti</strong> che non sono più costretti ad andare a scuola <strong>carichi di libri</strong> perché sono tutti contenuti in un unico <em>device</em> multitouch (il cui costo, confrontato alla spesa media per i libri di un corso di studi, è tutt’altro che proibitivo). Insomma, da ieri il mercato sarà costretto a inseguire Apple e il futuro è più vicino che mai.</p>
<p><strong>I segreti del design.</strong></p>
<p>Cosa rende un prodotto Apple così differente da quelli della concorrenza? L’hardware interno spesso non è il più performante, così come in alcuni casi il <em>pricing</em> non è dei più vantaggiosi. Il vantaggio competitivo però c’è, e risiede nelle soluzioni innovative, il software progettato allo stato dell’arte e nel design. D’altronde il vecchio motto della Mela era “<em>think different</em>”.</p>
<p>Approfondiamo. L’iPad, visto da spento, sarebbe <strong>un oggetto terribile</strong>. Bello ed essenziale, sì, ma in sostanza una tavoletta piatta e squadrata che vìola il più basilare dei principi del design: <strong>la <em>affordance</em></strong>. L’<em>affordance</em>, o invito all’uso, è la presenza in un oggetto di proprietà materiali, reali o percepite, che suggeriscono immediatamente come si potrebbe usare un oggetto. E ovviamente un iPad spento non suggerisce un bel niente,  se non l’uso come vassoio per servire bibite ai nostri amici.</p>
<p>Ma qui entra in gioco l’<em>affordance</em> virtuale suggerita da un’interfaccia di primissimo livello, e, soprattutto, il <strong>principio del mimetismo</strong>. Nella progettazione, l’imitazione di oggetti, organismi o ambienti noti allo scopo di ottenere vantaggi da un’associazione metaforica con essi (nota appunto come mimetismo di superficie, comportamentale e funzionale) permette di abbattere la soglia di apprendimento di una tecnologia rendendola fruibile a un pubblico vastissimo.</p>
<p>Unite questa vocazione generalista a una dimensione abbastanza generosa da non far rimpiangere gli oggetti reali, e avrete un’esperienza che lentamente (ma neanche troppo) si insinuerà in ogni aspetto della nostra vita quotidiana.</p>
<p>P.s.: Ancora una volta, nelle immagini promozionali Apple, l’orologio segna le 9:42. Forse il successo Apple è solo merito della scaramanzia di Steve Jobs?</p>
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		<title>Apple, Google e pubblicità: il futuro è adesso.</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 11:24:58 +0000</pubDate>
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Ad avviso di chi scrive la next big thing del web non sono né il cloud computing (guardando la recente presentazione di Chrome OS era impossibile non pensare agli eccessivi limiti in termini di prestazioni di un ‘calcolo diffuso’) né il web semantico (che sembra più un ricorrente fantasma del natale futuro), quanto l’avvento dell’internet of things.
La diffusione della connettività ad un numero sempre crescente di oggetti quotidiani (basti pensare alla crescente presenza di QR codes su riviste di ogni genere, che permettono l’accesso a contenuti multimediali semplicemente inquadrando la ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="mobile advertising" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/bw.jpg" alt="mobile advertising" width="584" height="243" /></p>
<p>Ad avviso di chi scrive la <em>next big thing</em> del web non sono né il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_computing" target="_blank"><em>cloud computing</em></a> (guardando la recente presentazione di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/11/google-os.shtml" target="_blank">Chrome OS</a> era impossibile non pensare agli eccessivi limiti in termini di prestazioni di un ‘calcolo diffuso’) né il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Web_semantico" target="_blank">web semantico</a> (che sembra più un ricorrente fantasma del natale futuro), quanto l’<strong>avvento dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet_delle_cose" target="_blank"><em>internet of things</em></a></strong>.</p>
<p>La diffusione della connettività ad un numero sempre crescente di oggetti quotidiani (basti pensare alla crescente presenza di <a href="http://blog.panorama.it/hitechescienza/2009/12/10/qr-code-il-codice-che-cambia-il-modo-di-comunicare/" target="_blank"><strong><em>QR codes</em></strong></a> su riviste di ogni genere, che permettono l’accesso a contenuti multimediali semplicemente inquadrando la pagina di un giornale), unitamente ai primi esempi realmente funzionanti di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Realt%C3%A0_aumentata" target="_blank"><strong><em>realtà aumentata</em></strong></a> (nell’AppStore per iPhone iniziano a comparirne sempre più), ci fanno credere che quell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ubiquitous_computing" target="_blank"><strong>ubiquitous computing</strong></a> che da un po’ alberga nella fantasia (e negli incubi) di molti sia davvero alle porte.</p>
<p>In questo panorama di grandi cambiamenti era inevitabile che la rivoluzione toccasse anche la pubblicità. Così, mentre il tradizionale sistema dei <em>mass media</em> si divide nelle strade tangenti e opposte dei <em>social media</em> e dei <strong><em>personal media</em></strong>, gli inserzionisti pubblicitari hanno sempre più bisogno di parlare ai singoli individui. Il Grande Fratello di Orwelliana memoria è arrivato e vuole venderci un detersivo.</p>
<p>Qui entrano in gioco <strong>Apple e Google</strong>: per ora gli unici due veri contendenti nel far west dell’<strong><em>internet advertising</em></strong>.</p>
<p>Apple, dominante nel mondo della connettività mobile (l’anti-iPhone <strong>Nexus One</strong> di Google, nella prima settimana sul mercato, <a href="http://www.allmobileworld.it/wp-content/uploads/2010/01/N1sales.jpg" target="_blank">ha venduto solo 20.000 pezzi</a> contro il 1.600.000 della prima settimana del Melafonino), si è recentemente fatta forte dell’incorporazione nella propria struttura aziendale di <strong>Quattro Wireless</strong>, azienda di <em>mobile advertising</em> in grado di competere direttamente con l’AdMob recentemente acquisita a Mountain View. Ora, a testimonianza di un possibile terremoto nel settore, giungono indiscrezioni dalle pagine di Business Week riguardo a dei <strong>nuovi brevetti da parte di Cupertino</strong>.</p>
<p>Sembra infatti che Steve Jobs abbia in mente un nuovo sistema integrato di pubblicità da visualizzare nel browser di iPhone che sfrutti tutte informazioni fornite dallo smartphone per tarare il messaggio promozionale sulle necessità e le abitudini del singolo utente. Così la geolocalizzazione offerta dal GPS, le preferenze multimediali riferite da iTunes e le abitudini registrate da AppStore (o magari da Nike+) potrebbero diventare un cavallo di troia delle aziende nel personalissimo universo di ogni acquirente.</p>
<p>Se consideriamo che inoltre il muro tra <em>smartphone</em> e computer potrebbe subire un ulteriore duro colpo dal prossimo tablet di Jobs (l’<strong>iTablet</strong> o <strong>iSlate</strong> potrebbe essere presentato il 27 gennaio allo <em>Yerba Buena Center For The Arts</em> di San Francisco) e che nel futuro della Mela potrebbe esserci la pubblicità integrata nei sistemi operativi, la Apple potrebbe diventare in breve tempo un attore di primissimo piano nel panorama delle inserzioni online.</p>
<p>Qui però entra in scena <strong>Google</strong>. La company di Brin e Page infatti non si è fermata alla sopracitata acquisizione di AdMob, ma ha presentato all’US Patent &amp; Trademark Office un <strong>brevetto potenzialmente rivoluzionario</strong>.</p>
<p>Nonostante non si siano ancora placate le pur giuste polemiche sull’invasività di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Google_Street_View" target="_blank"><strong>StreetView</strong></a>, il ‘navigatore fotografico’ della grande G, a Mountain View hanno pensato alla possibilità, per ora solo sulla carta, di <strong>sostituire gli annunci pubblicitari</strong> fotografati dalle Google Cars <strong>con <em>web ad</em></strong> pagati da inserzionisti, magari tramite un sistema simile ai consolidati AdSense e AdWords. Questo tipo di pubblicità, come quello pensato da Apple, avrebbe il ‘vantaggio’ di essere geolocalizzato, personalizzato e (considerando le ambizioni facilmente deducibili da progetti come <em>Nexus</em>, <em>Android</em> e <em>Chrome OS</em>) mobile.</p>
<p>Il terreno su cui si giocheranno le battaglie del futuro, insomma, è proprio questo: quello del <em>personal advertising</em> e dell’<em>internet of things</em>. Le prospettive sono inquietanti, certo, ma la presenza sempre più massiccia delle pubblicità virtuali ci permette di immaginare un domani, forse un po’ utopico, nel quale la dematerializzazione degli annunci possa <strong>liberare gli spazi reali</strong> dall’ingombrante presenza della pubblicità tradizionale, restituendoci l’identità storico-architettonica delle nostre città, strappataci dagli ultimi cinquant’anni di consumismo.</p>
<p>E speriamo che nessuno ci tolga il sacrosanto diritto di tenere spento il cellulare.</p>
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		<title>È fatta: Google dice no alla censura Cinese.</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2010/01/13/e-fatta-google-dice-no-alla-censura-cinese/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:16:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La natura pervasiva della rete  è difficile da controllare. Già in passato abbiamo commentato il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.
L’Iran di Ahmadinejad però non è la Cina di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico schierarsi contro la censura ha costi ben diversi. (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="google dice no alla censura" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/cina.jpg" alt="google dice no alla censura" width="584" height="243" /></p>
<p>La natura pervasiva della rete  è difficile da controllare. Già in passato <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/06/16/elezioni-in-iran-la-censura-e-la-rete/" target="_blank">abbiamo commentato</a> il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.</p>
<p>L’Iran di Ahmadinejad però non è la <strong>Cina</strong> di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico <strong>schierarsi contro la censura</strong> ha costi ben diversi. Per le multinazionali del web infatti non scendere a patti con i controllori della superpotenza <strong>significherebbe</strong> incorrere in oscuramento certo e quindi <strong>rinunciare a un mercato di 300 milioni di utenti</strong>: un bacino ormai superiore anche all’utenza internet statunitense e decisamente allettante.</p>
<p>Per queste ragioni, nonostante il popolo di Seattle abbia insegnato ai colletti bianchi la convenienza in termini di vantaggio competitivo offerta da una condotta etica dell’impresa (e nonostante l’atavica allergia alle regole dei guru di internet), i numeri uno del web hanno via via capitolato alle richieste del governo cinese, escludendo dai propri siti una nutrita lista di argomenti sgraditi alla sala dei bottoni (su tutte le spinose questioni del Tibet e dello Xinjang).</p>
<p>Così <strong>Yahoo!</strong>, <strong>collaborazionista</strong> numero uno insieme al portale cinese Baidu, è arrivata ad eliminare il 97% delle keyword scottanti, nonché a coadiuvare la polizia locale sin dal 2002 nella <a href="http://punto-informatico.it/1461527/PI/News/dissidenti-cinesi-nuove-accuse-yahoo.aspx" target="_blank"><strong>caccia ai dissidenti</strong></a> e addirittura a consegnare spontaneamente alle autorità cinesi la corrispondenza di alcuni attivisti democratici (suscitando ufficialmente le ire di Julien Pain, responsabile di Reporters Sans Frontières). Altri attori del web non sono stati da meno, e così <strong>Google ha bloccato l’83% dei contenuti proibiti</strong>, <strong>MSN Search il 78%</strong> e <strong>Apple ha censurato</strong> dall’AppStore per iPhone <strong>due applicazioni</strong> riguardanti il Dalai Lama.</p>
<p>In questo sconfortante panorama di asservimento e business è però successo qualcosa, qualcosa di molto importante. <strong>Ieri Google ha detto no</strong>.</p>
<p>Dal blog ufficiale dell’azienda <a href="http://googleblog.blogspot.com/2010/01/new-approach-to-china.html" target="_blank">arriva l’annuncio</a> di “un nuovo approccio verso la Cina”. Intorno alla metà di dicembre i server di Gmail, il servizio di posta made in Mountain View, hanno subito una <strong>pesante offensiva da parte di hacker</strong> intenzionati a intercettare la corrispondenza privata degli attivisti per i diritti umani. Questi attacchi, il cui mittente viene solo tacitamente riconosciuto nei leader della Repubblica Popolare, rappresentano chiaramente <strong>un’attività di</strong> <strong>spionaggio di stato finalizzata alla soppressione dei diritti umani e civili</strong>.</p>
<p>Evidentemente, a casa di Brin e Page, qualcuno si è reso conto che quando si fanno compromessi al ribasso il gioco non vale la candela, e che per un’azienda il cui motto è “<em>don’t be evil</em>” c’era qualche contraddizione di troppo. Così è arrivata la decisione, e da oggi verranno <strong>ufficialmente rimossi tutti i filtri censori</strong> da parte del motore statunitense, mentre alla casa base si valuta l’eventualità non troppo remota della chiusura della sede Cinese.</p>
<p>Il dietrofront dell’attore numero uno del web apre <strong>scenari interessanti</strong>. L’idea che le regole della rete possano stravolgere i meccanismi tradizionali dell’economia torna ad affacciarsi alla mente dei più ottimisti, e intanto in molti iniziano a farsi una domanda: se il business con la ‘G’ maiuscola si tira indietro davanti al calpestamento dei diritti umani, quanto potere rimane ai regimi? <strong>Hu Jintao cambierà rotta</strong>? <strong>Diteci la vostra nei commenti</strong>!</p>
<p style="text-align: center;">
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		<title>Ascoltare con la pelle.</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/30/ascoltare-con-la-pelle/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 09:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A tutti è capitato di ascoltare discorsi particolarmente toccanti, certo, ma probabilmente non tutti sanno che le parole possono effettivamente toccare i recettori nervosi della nostra pelle.
Uno studio dell’università della British Columbia pubblicato su Nature dimostra infatti come l’epidermide umana sia capace di ‘ascoltare’ le onde sonore emesse dal nostro interlocutore. (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="pelle e udito" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/tatto.jpg" alt="pelle e udito" width="584" height="243" /></p>
<p>A tutti è capitato di ascoltare discorsi particolarmente toccanti, certo, ma probabilmente non tutti sanno che <strong>le parole possono effettivamente toccare i recettori nervosi della nostra pelle</strong>.</p>
<p>Uno studio dell’università della British Columbia pubblicato su Nature dimostra infatti come l’epidermide umana sia capace di ‘ascoltare’ le onde sonore emesse dal nostro interlocutore. L’aria trattenuta e poi rilasciata in un breve soffio alla fine della pronuncia di determinati suoni (in particolare di doppie  e consonanti occlusive) ha un impatto sensoriale sui ricettori del tatto che serve al nostro cervello per comprendere con più chiarezza la natura del suono percepito.</p>
<p>L’<strong>esperimento</strong> condotto dagli scienziati della <strong>British Columbia</strong> su un campione di 66 soggetti prevedeva che i partecipanti, bendati, ascoltassero sequenze di sillabe con e senza consonanti occlusive (“pa” e “ta”, “ba” e “da”) e riferissero quanto sentito. Le sillabe, pronunciate da una voce maschile e trasmesse attraverso una cuffia in-ear, erano rese più ‘rumorose’ al fine di renderne più difficile il riconoscimento. In taluni casi una pompetta sincronizzata con l’audio trasmesso in cuffia emetteva debolissimi sbuffi d’aria in direzione del dorso della mano dell’ascoltatore o della base del collo, immediatamente sopra lo sterno.</p>
<p>Le evidenze empiriche hanno dimostrato come la comprensione delle sillabe “pa” e “ta” fosse sensibilmente più alta se accompagnata dallo stimolo ‘tattile’, mentre quella dei suoni “ba” e “da” era resa più difficile se accompagnata da uno spostamento d’aria ‘incoerente’ con il suono ascoltato.</p>
<p><strong>La comprensione delle parole</strong> quindi è il <strong>risultato di un’interazione estremamente complessa</strong> che chiama in causa fattori solo apparentemente irrilevanti. In un’epoca di virtualizzazione e spersonalizzazione, è interessante ragionare ancora su quale possa essere <strong>la giusta distanza per capirsi meglio</strong>. E gli esperti di marketing sensoriale ringraziano.</p>
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		<title>Idee forti. Gestire la credibilità.</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/14/idee-forti-gestire-la-credibilita/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 16:37:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le idee che fanno presa, le cosiddette ‘idee forti’, sono quelle idee di successo in grado di esser facilmente ricordate e comprese e che risultano efficaci nel condizionare i pensieri e i comportamenti di un vasto numero di persone. Tali idee, nella loro eterogeneità, devono comunque rispettare sei principi fondamentali riassunti dall’acronimo SUCCESs (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="credibilità" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/glue.jpg" alt="credibilità" width="584" height="243" /></p>
<p><strong><em>Le idee che fanno presa</em></strong><em>, le cosiddette ‘idee forti’, sono quelle idee di successo in grado di esser <strong>facilmente ricordate e comprese</strong> e che risultano <strong>efficaci nel condizionare i pensieri e i comportamenti</strong> di un vasto numero di persone. Tali idee, nella loro eterogeneità, devono comunque rispettare <strong>sei principi fondamentali</strong> riassunti dall’acronimo SUCCESs (<strong>simple, unexpected, concrete, credentialed, emotional, stories</strong>) e devono cioè essere semplici, inaspettate, concrete, credibili, emotivamente coinvolgenti e in grado di esser percepite come storie. Oggi ci concentreremo sul <strong>fattore credibilità</strong>, raccontando la storia<strong> </strong>di <strong>due medici</strong> molto ambiziosi.</em></p>
<p>Nel corso della propria vita, in occidente, una persona su dieci avrà un’<strong>ulcera</strong>. Si è sempre ritenuto che la corrosione delle pareti gastriche tipica delle ulcere fosse dovuta a una produzione eccessiva di acidi, e si pensava che le principali cause di questa patologia potessero essere solo lo stress o l’abuso di cibi piccanti e sostanze alcoliche.</p>
<p>All’inizio degli <strong>anni ‘80</strong> gli australiani <strong>Barry Marshall e Robin Warren</strong> fecero però <strong>una scoperta sorprendente:</strong> <strong>la causa</strong> dell’ulcera gastrica <strong>non erano gli acidi ma un batterio spiraliforme</strong> (in seguito battezzato <em>Helicobacter Pylori</em>). L’importanza di questa scoperta risiedeva nella novità di poter curare in pochissimi giorni la malattia con una semplice terapia antibiotica, <strong>eppure</strong>, nonostante i due avessero dato straordinarie prospettive di guarigione ad alcune centinaia di milioni di esseri umani, <strong>la comunità scientifica li aveva totalmente ignorati</strong>. Nessuno credeva alla loro scoperta.</p>
<p>Gli acidi gastrici sono in grado di sciogliere tanto una bistecca quanto un chiodo di ferro, e all’epoca era difficile credere che dei batteri potessero proliferare in un ambiente tanto ostile. A peggiorare la situazione c’era il fatto che <strong>i due</strong> personaggi da cui veniva la notizia non erano dei ricercatori di fama, bensì rispettivamente <strong>un patologo dell’ospedale di Perth e un internista tirocinante</strong>.</p>
<p><strong>Isolati dalla comunità medica</strong>, nonostante i numerosi tentativi, Marshall e Warren non riuscirono a ottenere una sola pubblicazione su nessuna rivista di settore, e anzi alla presentazione pubblica della scoperta, il fatto che le conclusioni fossero state tratte da una correlazione e non da un rapporto di causalità (non tutti gli individui infestati dall’<em>H. Pylori</em> avevano l’ulcera) aveva fatto definitivamente cadere nel dimenticatoio la notizia.</p>
<p><strong>Nel 1984</strong>, quando la frustrazione si era definitivamente sostituita alla pazienza, <strong>il patologo</strong> decise di fare una dimostrazione pubblica: <strong>bevve deliberatamente un bicchiere di acqua contenente almeno un miliardo di batteri elicoidali</strong>. Nei giorni successivi, al sopravvenire di forti dolori gastrici, usando un endoscopio dimostrò quindi come le pareti precedentemente sane del suo stomaco presentassero ora segni di una gastrite ulcerosa, e in seguito, dopo la cura a base di antibiotici e bismuto, come questa fosse completamente sparita. Eppure nonostante un rinnovato interesse per la questione, neanche questo bastò: alcuni scienziati trovarono da cavillare riguardo al fatto che l’ulcera fosse solo a uno stadio iniziale. Negli anni successivi, nonostante l’appassionata battaglia degli australiani, la loro credibilità migliorò ma non di molto.</p>
<p>Ci fu poi un momento nel quale Marshall e Warren riuscirono a trovare riscatto.</p>
<p><strong>Nel 2005</strong> venne dato al mondo un annuncio che avrebbe rimescolato le carte in tavola: un patologo di provincia e un ex internista <strong>avevano vinto il premio Nobel per la medicina</strong>. A quel punto nessuno mise in discussione l’attendibilità della commissione insignita dal governo Svedese, e gli sfortunati scienziati australiani poterono finalmente godersi i meritati riconoscimenti. Tutti erano pronti a dire di aver sempre riconosciuto il ruolo dell’<em>Helicobacter Pylori</em> nella formazione dell’ulcera.</p>
<p><strong>Perché quasi nessuno aveva mai creduto</strong> alla scoperta prima dell’ufficializzazione data dal premio Nobel? E perché la dimostrazione autolesionista organizzata da Marshall aveva svolto un ruolo fondamentale nel riconoscimento del traguardo medico?</p>
<p>La <strong><em>credibilità esterna</em></strong> del premio Nobel, cioè la capacità di un contesto ambientale o di uno status di suscitare sentimenti positivi condivisi, compensava la scarsa attendibilità della quale godevano i profili professionali degli australiani agli occhi di preclari ricercatori ben più blasonati. Allo stesso tempo la <strong><em>credibilità interna</em></strong><em> </em>della dimostrazione fornita da Barry Marshall, che godeva di un’oggettività intrinseca, era perfettamente in grado di sedimentarsi, pur lentamente, come <strong>un’idea forte</strong>: era semplice, concreta, sorprendente, fattuale, emotiva e narrativa. I ‘numeri’ c’erano tutti.</p>
<p>Certi punti sono fondamentali da rispettare, sia che vi sentiate delle cassandre inascoltate, sia che siate dei leader populisti che intendono manipolare l’opinione pubblica seguendo <em>step</em> ben determinati e organizzati. <strong>La verità c’entra poco con la credibilità</strong>, lo dimostra l’esistenza delle leggende metropolitane (e non solo).</p>
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		<title>Facebook rafforza il sistema immunitario.</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/03/facebook-rinforza-il-sistema-immunitario/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 11:19:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il leviatano Facebook ha raggiunto quota 350.000.000 di iscritti, e mentre le vicende del suo creatore stanno per essere trasposte in un film per il grande schermo da David Fincher e sta per debuttare una nuova interfaccia grafica, Zuckerberg raggiunge per (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="facebook e salute" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/fbpills.jpg" alt="facebook e salute" width="584" height="243" /></p>
<p>Il leviatano <strong>Facebook</strong> ha raggiunto quota <strong>350.000.000 di iscritti</strong>, e mentre le vicende del suo creatore stanno per essere trasposte in un <a href="http://www.badtaste.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=10621&amp;Itemid=29" target="_blank"><strong>film</strong> per il grande schermo</a> da <strong>David Fincher </strong>e sta per debuttare una <a href="http://www.geekissimo.com/2009/11/30/facebook-aggiorna-di-nuovo-la-sua-interfaccia-grafica/" target="_blank"><strong>nuova interfaccia</strong> grafica</a>, <strong>Zuckerberg</strong> raggiunge per la prima volta il suo popolo virtuale con una <strong>lettera aperta</strong> nella quale annuncia importanti<strong> cambiamenti al sistema di privacy</strong> del social network, incentrati principalmente sull’abolizione delle reti geografiche.</p>
<p>Altra tangibile testimonianza della vitalità di Facebook è il <strong>No-B Day</strong>, manifestazione politica apartitica di dissenso all’attuale governo che promette di dimostrare come, anche nell’organizzazione della rappresentanza civile, la spontaneità dei gruppi Facebook possa rivelarsi molto più efficace di una rappresentanza politica ufficiale sempre più scollata dalla propria base. A prescindere dal colore politico, <strong>una vittoria della rete</strong> sugli strumenti &#8216;tradizionali&#8217;.</p>
<p>Ma il network sociale per antonomasia e le possibilità di aggregazione offerte dai suoi <strong>gruppi e fanpage</strong> sempre più numerosi (e fortunatamente sempre un po’ meno inutili), in che modo possono influire sulla nostra salute e psicologia? La nascita di movimenti <em>grassroots</em> proprio da Facebook e la facilità di coordinare attività sociali reali sulla piattaforma virtuale, <strong>possono aiutarci a prevenire gravi problemi di salute</strong>?</p>
<p>Sembra una domanda alquanto eccentrica, ma la risposta è assolutamente netta, ed è un sonoro “sì”. Appartenere in modo attivo a molti gruppi sociali, siano essi legati a uno status, a un obiettivo comune o a un interesse, fa bene tanto al corpo quanto alla mente.</p>
<p>Bernardette Boden-Albala, ricercatrice della Columbia University, ha dimostrato come, in un campione di 655 pazienti colpiti da <strong>Ictus</strong>, quelli socialmente isolati avevano una possibilità quasi raddoppiata di avere un nuovo ictus nei cinque anni successivi al primo. <strong>L’esclusione da gruppi sociali</strong> risultava addirittura <strong>più pericolosa di fattori di rischio tradizionali</strong> come la cardiopatia coronarica, che aumentavano la probabilità di un nuovo attacco ‘solo’ del 30%.</p>
<p>L’isolamento dalle reti sociali sembra però non avere conseguenze negative solo su pazienti affetti da particolari patologie: Karen Ertel, Maria Glymour e Lisa Berkman della Harvard School of Public Health hanno monitorato 16.638 anziani per un periodo di sei anni, e al termine del periodo di ricerca hanno rilevato un legame particolarmente importante tra inserimento sociale e conservazione delle funzionalità mnestiche: chi era <strong>socialmente attivo</strong> aveva una <strong>perdita di memoria decisamente più contenuta degli individui meno integrati</strong>.</p>
<p>Addirittura, secondo una ricerca della Carnegie Mellon University pubblicata su “Psychological Science”, risulta che gli <strong>individui meno socievoli</strong> hanno paradossalmente <strong>il doppio delle probabilità di contrarre un comune raffreddore</strong>.</p>
<p>Allo stato attuale solo una percentuale infinitesimale dei gruppi presenti su Facebook ha una reale corrispondenza nella vita di tutti i giorni, ma la progressiva diffusione del social network come medium personale lascia presupporre scenari nei quali l’organizzazione sociale possa essere estremamente facilitata. In attesa di evidenze empiriche più pertinenti, non resta che sperare che ogni volta che clicchiamo il pulsante ‘mi piace’ aumenti il nostro senso di appartenenza a qualche gruppo (insieme alle nostre difese immunitarie).</p>
<p>Mi piace.</p>
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		<item>
		<title>Contest, in palio 8 inviti per Google Wave.</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/01/contest-in-palio-8-inviti-per-google-wave/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 09:31:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Blog Comunicazione, in esclusiva per i propri lettori, mette in palio 8 inviti privati per la versione di anteprima di Google Wave, il nuovo rivoluzionario gioiello di casa Google. Cosa fare per accedere alla preview? (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="google wave" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/wave.jpg" alt="google wave" width="584" height="243" /></p>
<p><em>Blog Comunicazione, in esclusiva per i propri lettori, mette in palio 8 inviti privati per la versione di anteprima di Google Wave, il nuovo rivoluzionario gioiello di casa Google. Istruzioni a fine post.<br />
</em><br />
La varietà pressoché sterminata di applicazioni e servizi online fiorita con il fenomeno del web 2.0 ha radicalmente cambiato il nostro modo di vivere la rete, ergo le comunicazioni. Anche in ambito professionale è sempre più frequente ricorrere a e-mail, social network, chat, editor di testo online, servizi di traduzione in rete e virtual desktop, ma spesso gestire una mole così ingente di utilities non integrate rischia di rivelarsi dispersivo.<br />
Ora da Mountain View, dopo aver offerto un&#8217;ampia gamma di servizi web 2.0 integrati e in attesa della vicina rivoluzione web 4.0 di <a href="http://vimeo.com/7881371" target="_blank"><strong>Chrome O.S.</strong></a> (saltando la svolta semantica ancora inesistente del web 3.0), stanno per presentare quella che potrebbe essere la <strong>killer application per la produttività in rete: Google Wave</strong>.<br />
Google Wave è uno <strong>strumento personale di comunicazione e collaborazione</strong>, ovvero un&#8217;applicazione web, una piattaforma e un protocollo di comunicazione concepito per integrare e-mail, messaggistica istantanea, wiki e social network. Fortemente orientato alla collaborazione in tempo reale, supporta estensioni che possono fornire, ad esempio, un valido controllo ortografico e grammaticale, la traduzione automatica tra 40 diverse lingue e numerose altre funzioni. Una rivoluzione per la comunicazione integrata, insomma.</p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Z0WJFy5C4t0&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/Z0WJFy5C4t0&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Cosa fare per <strong>vincere uno degli inviti privati</strong> offerti da Blog Comunicazione e accedere in anteprima a questa meraviglia? E&#8217; semplicissimo: basta pubblicare una o più volte un link alla home di Blog Comunicazione sulla vostra bacheca Facebook nonché invitare alla fanpage del blog dei vostri contatti che credete possano essere interessati ai contenuti di questo sito (minimo 5 persone). I primi otto che alle 12:00 del 3 dicembre, avranno invitato più persone avranno diritto agli inviti. Per segnalare la vostra partecipazione mandate una mail a <a href="mailto:info@blogcomunicazione.com" target="_blank">info@blogcomunicazione.com</a> indicando il vostro nome, la mail con la quale volete essere registrati a Google Wave e i nomi dei contatti da voi invitati.<br />
Cosa aspettate? Inondateci di mail!</p>
<p><em>(per partecipare è necessario essere iscritti alla fanpage di Facebook e alla pagina Twitter di Blog Comunicazione)</em></p>
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		<title>Si giocano il tutto per tutto.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 14:51:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mettiamo che abbiate bisogno di comprare un telefonino. Presumibilmente cercherete informazioni per scoprire quale sia il modello le cui caratteristiche sono più vicine alle vostre necessità. Ma supponiamo che un produttore Finlandese, magari il primo al mondo, voglia promuovere dei servizi particolarmente all’avanguardia, diciamo ‘dei bisogni che non sapete di avere’. Cosa potrebbe fare per raggiungervi? Alla Nokia hanno qualche idea a riguardo e (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" mce_style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="pubblicità e videogames" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/11/advergame.jpg" mce_src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/11/advergame.jpg" alt="pubblicità e videogames" height="243" width="584"></p>
<p style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;">Mettiamo che abbiate bisogno di comprare un telefonino. Presumibilmente cercherete informazioni per scoprire quale sia il modello le cui caratteristiche sono più vicine alle vostre necessità. Ma supponiamo che un produttore Finlandese, magari il primo al mondo, voglia promuovere dei servizi particolarmente all’avanguardia, diciamo ‘dei bisogni che non sapete di avere’. Cosa potrebbe fare per raggiungervi? Alla <b>Nokia</b> hanno qualche idea a riguardo e, in occasione del debutto sul mercato di un nuovo modello che non staremo qui a pubblicizzare, hanno deciso di realizzare un <b>videogame promozionale</b> (<i>advergame</i>) nel quale veicolare i <i>benefit</i> del nuovo prodotto.</p>
<p align="center"><img title="&quot;allowFullScreen&quot;:&quot;true&quot;,&quot;allowscriptaccess&quot;:&quot;always&quot;,&quot;src&quot;:&quot;http://www.youtube.com/v/BbE9azJoyQQ&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&quot;,&quot;allowfullscreen&quot;:&quot;true&quot;" class="mceItemFlash" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/media/img/trans.gif" mce_src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/media/img/trans.gif" height="344" width="425"></p>
<p style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;">Ma, a ben pensarci, <b>perché un advergame?</b> In fondo non sono così divertenti, non permettono una conoscenza particolarmente approfondita delle caratteristiche di un prodotto e sono indirizzati a un target estremamente ristretto. Perché affidarsi, tra le altre cose, a un videogioco?<br />
Sarebbe facile risolvere il tutto con la solita storia sulla creazione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Buzz_marketing" mce_href="http://it.wikipedia.org/wiki/Buzz_marketing" target="_blank"><i>buzz</i></a>. Il punto è che i videogiochi rappresentano un’idea ‘diversa’ (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Von_Restorff_effect" mce_href="http://en.wikipedia.org/wiki/Von_Restorff_effect" target="_blank">Von Restorff</a> vi dice niente?), una comunicazione divertente, un’esperienza coinvolgente e un’interazione formalmente ricercata dall’utente stesso.  I videogiochi non sono più solo videogiochi. E, come ci ricordano nel loro manifesto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Weinberger" mce_href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Weinberger" target="_blank">Weinberger</a> &amp; Co. <b>i mercati</b> non sono più mercati: <b><a href="http://www.mestierediscrivere.com/testi/Tesi.htm" mce_href="http://www.mestierediscrivere.com/testi/Tesi.htm" target="_blank">sono conversazioni</a></b>.<br />
L’interazione è il cuore del fenomeno del web 2.0 eppure, con l’esplosione dei social media, sono pochi gli attori commerciali che hanno realmente capito come coinvolgere il consumatore: il proliferare di aziende e attività commerciali inutilmente annidate tra le nostre amicizie su Facebook ci insegna proprio questo. Sembra paradossale se si considerano le professionalità e i budget in campo, eppure è un dato di fatto: in questa fase si tenta di tutto.<br />
Il divertimento interattivo in effetti è un ottimo cavallo di troia per entrare nella mente del consumatore condizionandone i comportamenti, ed è apprezzabile utilizzare un nuovo linguaggio come questo anche nelle campagne sociali. Ma sembra proprio che non tutte le ciambelle riescano con il buco: creare <b>un gioco contro la violenza</b> che consiste nel pestare a sangue una donna inerme probabilmente non è la più brillante delle soluzioni (qualcuno dovrebbe dirlo agli ‘illuminati’ inventori della pubblicità progresso ‘<a href="http://www.huffingtonpost.com/2009/11/18/hit-the-bitch-domestic-vi_n_362311.html" mce_href="http://www.huffingtonpost.com/2009/11/18/hit-the-bitch-domestic-vi_n_362311.html" target="_blank"><b>Picchia la stronza</b></a>’).</p>
<p align="center"><img title="&quot;allowScriptAccess&quot;:&quot;always&quot;,&quot;allowFullScreen&quot;:&quot;true&quot;,&quot;flashvars&quot;:&quot;autostart=false&amp;keyT=&amp;key=&amp;baseURL=http://tv.repubblica.it/static/images/player/&amp;file=repubblicatv/file/2009/hitthebitch191109.flv&amp;repeat=false&amp;logo=1&amp;strip=0&amp;nielsenBrand=repubblicatv_&amp;brand=brand_repubblicaradio&amp;dState=normal&amp;scaleMethod=fit&amp;rel=false&amp;fsType=fl&amp;&quot;,&quot;src&quot;:&quot;http://tv.repubblica.it/static/swf/z_adv_player.swf&quot;,&quot;allowfullscreen&quot;:&quot;true&quot;" class="mceItemFlash" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/media/img/trans.gif" mce_src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/media/img/trans.gif" height="273" width="448"></p>
<p style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;">Ma se la forma del videogioco viene fagocitata dalla pubblicità, cosa succede ai videogiochi veri e propri? Ovvio: si trasformano anche loro e vanno all’attacco dei media.<br />
Immaginate un film d’azione con attori veri, <b>un cortometraggio di oltre mezz’ora</b> ambientato nell’Italia rinascimentale che racconta le ‘gesta’ di un assassino che si inserisce nelle lotte di potere degli Sforza e dei Medici. Ecco, ora che lo avete immaginato sappiate che questo film esiste, ed è stato diffuso gratuitamente sulle piattaforme sociali (YouTube in testa) <b>per promuovere</b> <b>il debutto sul mercato del</b> <b>videogame Assassin’s Creed II</b>. Non sarà un capolavoro, ma è di certo uno sforzo non indifferente. Da 30 secondi siamo passati a 30 minuti.</p>
<p align="center"><img title="&quot;allowFullScreen&quot;:&quot;true&quot;,&quot;allowscriptaccess&quot;:&quot;always&quot;,&quot;src&quot;:&quot;http://www.youtube.com/v/RzzzMoO70_Y&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;&quot;,&quot;allowfullscreen&quot;:&quot;true&quot;" class="mceItemFlash" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/media/img/trans.gif" mce_src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/media/img/trans.gif" height="340" width="560"></p>
<p style="text-align: justify;" mce_style="text-align: justify;">I mercati cambiano, i videogiochi cambiano e <b>i film</b>, anche i film, <b>cambiano</b>. A breve verrete bersagliati dalla campagna promozionale di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Avatar_%28film_2009%29" mce_href="http://it.wikipedia.org/wiki/Avatar_%28film_2009%29" target="_blank"><b>Avatar</b></a>, il nuovo spettacolare film di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/James_Cameron" mce_href="http://it.wikipedia.org/wiki/James_Cameron" target="_blank"><b>James Cameron</b></a> (quello di Terminator, Aliens e Titanic) che, con un budget iperbolico, promette di essere un trionfo di immaginazione ed effetti speciali supportato da uno script molto solido. Quando i film diventano ‘giocattoloni’ i videogiochi ne diventano un’emanazione naturale, è pacifico, e ovviamente anche in questo caso l’arrivo nei cinema della pellicola avrà come traino un titolo videoludico sul quale si è investito molto. La particolarità? <b>La direzione del videogioco del film è stata affidata a Cameron stesso</b>. Ed è così che uno dei più famosi registi al mondo presenta a una convention sui games il suo nuovo videogioco.<br />
Weinberger, lo stesso del Cluetrain Manifesto, ha detto anche un’altra cosa: <a href="http://www.everythingismiscellaneous.com/" mce_href="http://www.everythingismiscellaneous.com/" target="_blank"><b>tutto è miscellaneo</b></a>.</p>
<p align="center"><img title="&quot;id&quot;:&quot;VideoPlayerLg38674&quot;,&quot;allowScriptAccess&quot;:&quot;always&quot;,&quot;allowFullScreen&quot;:&quot;true&quot;,&quot;src&quot;:&quot;http://g4tv.com/lv3/38674&quot;,&quot;name&quot;:&quot;VideoPlayer&quot;,&quot;allowfullscreen&quot;:&quot;true&quot;" class="mceItemFlash" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/media/img/trans.gif" mce_src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/media/img/trans.gif" height="418" width="480"></p>
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