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	<title>Blog Comunicazione &#187; mass media</title>
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		<title>Per i politici siamo scimmie.</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 10:43:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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Oggi inizieremo parlando di politica e di fossili viventi. E no, non ci stiamo riferendo ad alcuni senatori ultraottuagenari, ma a delle creature ben più sorprendenti: le meduse.
Questi animali che popolano gli abissi sono tra i primi a essere apparsi nella storia della vita e si presentano in un’incredibile eterogeneità di forme e caratteristiche. Tra le tante varietà, una delle più sorprendenti presenta una caratteristica apparentemente impossibile: ha 25 occhi e nessun cervello. Ed è la testimonianza evolutiva di come tutto il nostro vivere sia condizionato dal senso della vista, ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="distrattori attentivi" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/04/macaco.jpg" alt="distrattori attentivi" width="584" height="243" /></p>
<p>Oggi inizieremo <strong>parlando di politica</strong> e di fossili viventi. E no, non ci stiamo riferendo ad alcuni senatori ultraottuagenari, ma a delle creature ben più sorprendenti: <strong>le meduse</strong>.</p>
<p>Questi animali che popolano gli abissi sono tra i primi a essere apparsi nella storia della vita e si presentano in un’incredibile eterogeneità di forme e caratteristiche. Tra le tante varietà, una delle più sorprendenti presenta una caratteristica apparentemente impossibile: ha <strong>25 occhi e nessun cervello</strong>. Ed è la testimonianza evolutiva di come tutto il nostro vivere sia condizionato dal senso della vista, nonché di come processi incredibilmente complessi come le emozioni o il pensiero siano il mero risultato dello sviluppo di un organo preposto a distinguere la luce dal buio: l’occhio.</p>
<p><strong>L’occhio umano è una macchina raffinatissima</strong> capace di performance straordinarie: è in grado compiere <strong>movimenti fulminei</strong> di natura matematicamente discreta che si focalizzano esclusivamente su quelli che il cervello percepisce come punti d’interesse, tralasciando le informazioni secondarie (<strong><em>movimenti saccadici</em></strong>). In altre parole siamo in grado di <strong>individuare un’informazione rilevante</strong> e di ‘posare’ lo guardo su di essa, tralasciando ogni altra informazione visiva, con un movimento oculare che ha un’ampiezza di 20° ma una <strong>velocità di 900°/sec</strong>.</p>
<p>Cos’ha a che fare tutto questo con la politica? Ve lo spieghiamo attraverso uno studio presentato dal dott. Liuzza al convegno “Neurosocietà”, organizzato dalla facoltà di psicologia dell’Università La Sapienza nell’ambito della <em>Brain Awareness Week 2010</em>.</p>
<p>Un campione selezionato di individui è stato sottoposto a un contesto sperimentale finalizzato all’analisi del <strong>rapporto tra segnali attentivi, effetto dei distrattori e loro status sociale</strong>. Semplifichiamo: su uno schermo <strong>venivano mostrate delle frecce</strong> che indicavano una direzione (destra o sinistra), <strong>e in contemporanea</strong> <strong>dei volti</strong> statici, sia di persone comuni che <strong>di politici</strong>, il cui sguardo (neutro alla comparsa dell’immagine) si muoveva in una direzione randomica che poteva essere uguale o opposta a quella della freccia. Una telecamera posta sullo schermo registrava la saccade dello spettatore.</p>
<p>Mentre i segnali attentivi convenzionali (ad esempio le frecce) sono il risultato di un’interpretazione e quindi richiedono un processamento cerebrale relativamente più lungo, <strong>i segnali attentivi biologici</strong> (come il movimento degli occhi) vengono <strong>istintivamente interpretati dal cervello</strong>, che attiva automaticamente quei <strong>neuroni specchio</strong> sui quali <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/16/accuse-ai-neuroni-specchio-riflettiamo/" target="_blank">ci siamo già soffermati in passato</a>.</p>
<p>I risultati del suddetto esperimento, per quanto ancora incompleti, hanno confermato un interessante dato che però non ci è nuovo: <strong><a href="http://www.blogcomunicazione.com/2010/02/07/apple-e-il-neuro-marketing/" target="_blank">siamo tutti macachi</a></strong>. Infatti così come la struttura sociale dei primati si delinea spontaneamente poiché l’effetto attentivo è modulato dallo status sociale del distrattore, anche tra gli uomini <strong>il potere detenuto da un individuo arriva a incidere in modo subliminale sull’interpretazione <em>immediata</em> di un segnale visivo</strong>.</p>
<p>Mentre i segnali biologici inviati dai distrattori anonimi non facevano registrare un’apprezzabile differenza rispetto ai segnali convenzionali, quelli inviati dai politici avevano una forte predominanza sulle frecce, confermando l’assunto di cui sopra. I <strong>risultati</strong> sono stati <strong>statisticamente bilanciati</strong> escludendo gli estremi e ottenendo un indice di efficienza (IE) risultante dal quoziente del tempo di risposta (RT) per l’accuratezza dello sguardo (ACC).</p>
<p>Interessante come <strong>i politici più influenti</strong> fossero quelli generalmente riconosciuti come <strong>più informali</strong> (nello specifico Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro). Questo a causa della loro maggiore capacità, evidentemente misurabile anche in un contesto così controllato, di influire attraverso le ‘dimensioni di personalità’. Tramite modelli come quello del <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Big_Five_(psicologia)" target="_blank">Big Five</a></strong>, i due risultano infatti i leader maggiormente capaci di attivare quella che con un termine alquanto auto-esplicativo viene definita <strong>similarità percepita</strong>.</p>
<p>Morale della favola? Se siete un politico cercate di somigliare il più possibile al vostro elettorato. Tanto, volenti o nolenti, siamo tutti scimmie.</p>
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		<title>La Rai chiude Vespa e Santoro.</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 10:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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Incredibilmente la classe politica italiana, o almeno parte di essa, è riuscita a mettere d’accordo professionisti dell’informazione e semplici telespettatori, di qualsiasi schieramento essi siano. L’unico rammarico è che tale accordo arrivi nella forma di un dissenso tanto fermo quanto diffuso a quello che promette di essere, se non revocato, l’intervento più pesante e scriteriato mai adottato da un’autority televisiva: verranno chiusi i programmi di approfondimento politico.
Ieri notte, in previsione delle prossime elezioni regionali, le quote PDL e Radicali della Commissione di Vigilanza RAI hanno stabilito che, nei trenta giorni ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="censura" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/02/censura.jpg" alt="censura" width="584" height="243" /></p>
<p>Incredibilmente la classe politica italiana, o almeno parte di essa, è riuscita a mettere d’accordo professionisti dell’informazione e semplici telespettatori, di qualsiasi schieramento essi siano. L’unico rammarico è che tale accordo arrivi nella forma di un dissenso tanto fermo quanto diffuso a quello che promette di essere, se non revocato, l’intervento più pesante e scriteriato mai adottato da un’autority televisiva: <strong>verranno chiusi i programmi di approfondimento politico</strong>.</p>
<p>Ieri notte, <strong>in previsione delle prossime elezioni regionali</strong>, le quote PDL e Radicali della Commissione di Vigilanza RAI hanno stabilito che, nei trenta giorni che precederanno le scadenze elettorali, i programmi di approfondimento giornalistico ospitanti dibattito politico dovranno essere chiusi. Il <strong>bavaglio</strong> verrà messo <strong>all’Annozero di Santoro, al Ballarò di Floris ma manche alla terza camera di Vespa</strong> (in ‘perfetta’ attuazione della <em>par condicio</em>) e a numerose altre trasmissioni RAI (per estensione salteranno due terzi del palinsesto della terza rete).</p>
<p>Per un mese <strong>gli elettori</strong> verranno <strong>privati dei migliori</strong> <strong>strumenti</strong> offerti dalla TV italiana per la creazione di un’opinione politica (‘liberi’ o schierati che siano) e <strong>dovranno accontentarsi</strong> di quella sterile gabbia che è la <strong>tribuna elettorale</strong>, nella quale i politici potranno muoversi secondo tempi cronometrati al secondo ma senza troppa paura di scivoloni o contraddizioni. Vespa, Santoro e Floris potranno accettare di fare da moderatori agli incontri, o all’occorrenza verranno sostituiti da qualche ossequioso mestierante. Poiché la decisione riguarda esclusivamente i programmi della televisione pubblica, <strong>il Matrix di Canale 5 non subirà alcuna limitazione</strong> e, anzi, potrà continuare ad andare in onda normalmente sperando di riprendersi almeno in parte dall’emorragia di spettatori seguita all’epurazione, ormai vecchia di un anno, di Enrico Mentana.</p>
<p>Il relatore di questo capolavoro di pura lungimiranza politica è il radicale Marco Beltrandi, supportato nel voto dalla compattezza del Popolo Della Libertà. Si sono fermamente opposti e hanno abbandonato l’aula con la speranza di far mancare il numero legale gli esponenti del Partito Democratico (che, ricordiamo, corrono nel Lazio proprio candidando un presidente in quota Radicali), ma Roberto Rao dell’UDC ha sventato il tentativo di ‘sabotaggio’ restando presente per poi astenersi dal voto. <strong>Rimane da vedere se l’Agcom deciderà di estendere il divieto anche a Vinci e a Lerner, ma anche quella di certo non potrebbe mai esser vista come una vittoria della libertà d’informazione.</strong></p>
<p>Il circo dei commenti politici che seguirà alla decisione non appartiene a questa sede, ma se si andrà avanti su questa strada sarà interessante ritrovarci a discutere sulle <strong>peculiarità del linguaggio politico in una campagna elettorale basata esclusivamente sulle tribune</strong>. Per la <span style="text-decoration: line-through;">gioia</span> noia dei telespettatori.</p>
<p style="text-align: center;">
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		<title>Apple e il Neuro-Marketing</title>
		<link>http://www.blogcomunicazione.com/2010/02/07/apple-e-il-neuro-marketing/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 15:25:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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Nella prima parte di questo articolo abbiamo iniziato ad introdurre i segreti della persuasione usati dalla Apple di Steve Jobs per comunicare la straordinarietà – percepita o reale che sia – dei suoi prodotti. Abbiamo parlato della struttura a rete della nostra memoria e della sua importanza nella formazione dei concetti e quindi nella nostra valutazione del mondo. Infine abbiamo ragionato su come la ripetizione sia fondamentale nei pattern di funzionamento delle nostre reti neurali. Ora vediamo cosa succede in dettaglio nel nostro cervello, ne rimarrete sorpresi.
L’aggettivo più suggestivo sul ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="apple neuromarketing" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/02/raggi.jpg" alt="apple neuromarketing" width="584" height="243" /></p>
<p><em><span style="color: #888888;">N</span></em><em><span style="color: #888888;">ella <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2010/02/04/apple-e-persuasione-i-segreti-svelati/" target="_blank">prima parte</a> di questo articolo abbiamo iniziato ad introdurre i segreti della persuasione usati dalla Apple di Steve Jobs per comunicare la straordinarietà – percepita o reale che sia – dei suoi prodotti. Abbiamo parlato della struttura a rete della nostra memoria e della sua importanza nella formazione dei concetti e quindi nella nostra valutazione del mondo. Infine abbiamo ragionato su come la ripetizione sia fondamentale nei pattern di funzionamento delle nostre reti neurali. Ora vediamo cosa succede in dettaglio nel nostro cervello, ne rimarrete sorpresi.</span></em></p>
<p>L’aggettivo più suggestivo sul quale ha puntato molto Jobs nel comunicare l’<strong>iPad</strong>, e che non a caso ha colpito anche l’immaginazione di gran parte della stampa, è <strong>‘magico’</strong>. In passato vi abbiamo già parlato dei <strong>lovemarks</strong>, e, qualora non ricordiate cosa siano, <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/11/01/effetto-lowmarks/" target="_blank">andate a rileggere quel che abbiamo scritto</a> o accontentatevi di sapere che il guru della pubblicità Kevin Roberts ha ‘cambiato’ il mondo dell’advertising mettendo al centro della catena di consumo l’amore.</p>
<p>Nei libri di Roberts è evidente come gli ingredienti fondamentali per <strong>costruire la fedeltà cieca per un brand</strong> siano proprio la magia, il mistero e la seduzione. E cos’altro sono questi se non l’unione di un senso di gioia e un senso di anticipazione? <strong>Usando il</strong> <strong><a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/12/06/costruire-le-emozioni/" target="_blank">prisma delle emozioni di Plutchik</a></strong>, possiamo quindi concludere che la ‘magia’ dell’iPad è anche un modo per <strong>suscitare l’ottimismo</strong>, che sempre in base al prisma è il passaggio che precede l’amore. Jobs conosce bene i meccanismi dei lovemarks quindi.</p>
<p>Ora facciamo un piccolo salto &#8211; solo apparentemente distante &#8211; e consideriamo un <strong>fenomeno emerso negli ultimi anni</strong> anche grazie alla rivoluzione dei contenuti legata alle piattaforme di <em>videosharing</em>: l’unpacking o <strong>unboxing</strong>. L’abitudine tipicamente <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Geek" target="_blank">geek</a></em> di riprendere e condividere con degli sconosciuti il momento ‘magico’ della prima apertura del packaging di un nuovo acquisto è la sublimazione postmoderna di un’attitudine al consumo che cerca forme nuove per esprimersi, e il motore che la anima è proprio lo stesso che permette di usare l’aggettivo ‘magico’ a Jobs. Roba da macachi (e non parliamo solo di fan della mela, questa volta).</p>
<p><strong>Era il 1992 e a Parma</strong> il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti attendeva nel suo laboratorio il rientro dei suoi assistenti da una breve pausa.  Accanto a lui una <strong>scimmia</strong>, per la precisione un macaco, era già pronta per gli esperimenti e aveva degli <strong>elettrodi innestati nell’area F5 della corteccia cerebrale</strong>. Uno degli assistenti aveva ancora con sé un gelato, che si stava per affrettare a finire sotto lo sguardo vigile e interessato del primate. A quel punto, come il ragazzo portò il cono alla bocca, accadde qualcosa. I monitor iniziarono a segnalare che alla vista di quel gesto si era attivata la corteccia prefrontale del macaco. Il cervello della scimmia dava al corpo, per poi immediatamente annullarla, l’istruzione di leccare il gelato. <strong>Erano stati scoperti i neuroni specchio</strong>.</p>
<p>I neuroni specchio, con buona pace di qualche polemista in cerca di visibilità <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/10/16/accuse-ai-neuroni-specchio-riflettiamo/" target="_blank">del quale vi abbiamo già parlato</a>, sono la testimonianza che il nostro cervello, quando osserviamo un’azione finalizzata compiuta dinnanzi a noi o ne leggiamo o ascoltiamo la descrizione, attiva immediatamente la corteccia premotoria per predisporci a ripeterla. <strong>La base atavica e inconsapevole dell’agire sociale quindi</strong>.  Studi condotti attraverso fMRI sull’uomo dimostrano che la nostra predisposizione ad agire anche solo in corrispondenza di parole che descrivono un’azione è tanto immediata quanto inevitabile. Pertanto, indovinate? Il primo compito che assolve la nostra corteccia cerebrale appena abbiamo decodificato le parole ‘stupefacente’, ‘meraviglioso’ e ‘entusiasmante’ pronunciate dallo Steve Jobs di turno è stupirsi, meravigliarsi, entusiasmarsi. E da lì, al massimo, l’azione può essere annullata. Quando si dice ‘<strong>il potere della parola’.</strong></p>
<p>I neuroni specchio hanno un ruolo anche nel ‘magico’ <em>unboxing</em> di cui sopra. Nel pubblico presumibilmente empatico di quegli strani video, vedere qualcuno che compie quell’<em>eccitante</em> gesto di apertura di una scatola attiva i nostri neuroni specchio mettendo in moto quello stesso <strong>meccanismo di gratificazione</strong> che già <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Petrovič_Pavlov" target="_blank">Pavlov</a> aveva notato nei propri cani. <strong>Il cervello produce dopamina</strong>.</p>
<p>La dopamina è un neurotrasmettitore, cioè una sostanza chimica che, veicolando determinate informazioni tra le sinapsi, ‘unisce’ i nodi di quella rete che è il nostro cervello. La dopamina ha un ruolo tanto nelle funzioni motorie che abbiamo già ricollegato ai neuroni specchio (in particolare nell’area nigrostriatale) tanto nelle funzioni legate alla memoria, ai sentimenti e alle emozioni (nell’area memomimico-mesocorticale). Semplificando e concentrandoci su ciò che ci interessa, possiamo dire che la dopamina è la responsabile di quell’esaltazione consumistica che ci fa provare piacere quando facciamo shopping o scartiamo un nuovo acquisto. Inoltre, sempre questo stesso neurotrasmettitore presiede al senso di eccitazione e gratificazione che proviamo dinnanzi a ciò che percepiamo come nuovo.</p>
<p>In questo contesto, <strong>la dopamina</strong> diventa fondamentale: è ciò che <strong>esalta l’uditorio</strong> ‘diffuso’ di Jobs davanti a un prodotto estremamente innovativo, è ciò che <strong>anima il desiderio consumistico</strong> di possederlo ed è <strong>la causa</strong> <strong>della</strong> sensazione di <em>ricompensa</em> e soddisfazione della <em>curiosità</em> che proveremo <strong>al momento di un eventuale acquisto</strong> o, tramite i neuroni specchio, <strong>osservando</strong> uno dei mille video di <strong>unboxing </strong>che prolifereranno a breve su YouTube.</p>
<p>Ma soprattutto la dopamina è il motivo per cui Jobs, forse non così consapevolmente, usa <strong>tutti quegli aggettivi entusiastici</strong>. Il significato generale che attribuiamo ad essi è legato al nostro individuale bagaglio di esperienze positive che ci hanno permesso di costruire una scala di giudizio su ciò che ci circonda. E tra i vari neurotrasmettitori che rendono ‘piacevoli’ le emozioni positive c’è proprio la dopamina. In sede d’ascolto, l’associazione automatica fatta dal nostro cervello tra i termini ‘<em>amazing</em>’ e ‘iPad’  ripercorre quelle <strong>‘strade neurali’ già battute</strong> creando i presupposti per il <strong>rilascio di questo</strong> <strong>neurotrasmettitore</strong>. Tutti gli altri elementi di rafforzamento della comunicazione entusiastica non fanno che aumentare le probabilità che tale produzione del neurotrasmettitore avvenga.</p>
<p>C’è infine un’ultima questione. Senza dilungarci troppo a riguardo, è bagaglio comune che prodotti che promettono una <em>user experience</em> tanto innovativa quanto quella dell’iPhone/iPad siano degli <strong>status</strong> <strong>symbol</strong>. Questo concetto caro tanto alla psicologia quanto alla sociologia dei consumi ha in realtà fondamenti molto tangibili. Esso infatti <strong>corrisponde</strong> <strong>all’attivazione di un’area corticale precisa</strong> che produce una sensazione di soddisfazione al raggiungimento di una posizione simbolica di superiorità: <strong>l’area 10 di Brodmann</strong> (BA10), situata nella corteccia frontale. Inoltre questo stesso settore del cervello è quello che presiede alla capacità del <strong>cervello</strong> di gestire più compiti in contemporanea (dato che l’uomo, a differenza dell’iPad, è <strong><em>multitasking</em></strong>). Fattore fondamentale nell’era della mobilità e dell’ubiquitous computing.</p>
<p>Insomma, anche se sembra che quando l’abile venditore di turno incensa la propria merce non stia facendo nulla di straordinario, nel nostro cervello succede molto più di quanto possiamo immaginare. Ci sarà un motivo se si parla di persuasori occulti?</p>
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		<title>Apple e persuasione: i segreti svelati.</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 12:10:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Benvenuti in un lungo articolo in due parti (la seconda sarà online il 7 febbraio) sui segreti delle tecniche persuasive usate da Steve Jobs nelle sue celebri presentazioni. Nello specifico prenderemo a ‘pretesto’ il linguaggio enfatico del CEO Apple per capire per quale motivo l’uso e la ripetizione di certe parole possa farci il ‘lavaggio del cervello’. Nella prima parte dell’articolo introdurremo il processo di formazione di un concetto nella nostra mente, mentre in quella online domenica ci concentreremo più nel dettaglio sui neuroni specchio, su alcune specifiche aree del ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="jobs" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/02/jobs.jpg" alt="jobs" width="584" height="243" /></p>
<p><span style="color: #3b3b3b;"><em>Benvenuti in un lungo articolo in due parti (la seconda sarà online il 7 febbraio) sui segreti delle tecniche persuasive usate da Steve Jobs nelle sue celebri presentazioni. Nello specifico prenderemo a ‘pretesto’ il linguaggio enfatico del CEO Apple per capire per quale motivo l’uso e la ripetizione di certe parole possa farci il ‘lavaggio del cervello’. Nella prima parte dell’articolo introdurremo il processo di formazione di un concetto nella nostra mente, mentre in quella online domenica ci concentreremo più nel dettaglio sui neuroni specchio, su alcune specifiche aree del cervello, sulla produzione di dopamina e sul coinvolgimento emotivo. Buona lettura.</em></span></p>
<p>Mentre il mondo si affannava a discutere sulle caratteristiche dell’iPad, quasi nessuno ragionava sugli <strong>aspetti di marketing e comunicazione legati al <em>keynote speech</em> di Jobs</strong>. <strong>Facciamo il punto con un esilarante video</strong> di Neil Curtis, che ha riassunto in tre minuti l’evento ponendo l’accento sul linguaggio estremamente enfatico dell’iCEO:</p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/1ZS8HqOGTbA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="340" src="http://www.youtube.com/v/1ZS8HqOGTbA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Un<strong> tripudio di esaltata autoreferenzialità</strong>, <strong>ipnoticamente cadenzato</strong> da termini come <em>amazing</em>, <em>incredible</em>, <em>revolutionary</em>, <em>magical</em>, <em>unbelievable</em>, <em>extraordinary</em>, <em>terrific</em>, simple, <em>easy</em>, <em>fenomenal</em>, <em>great</em>, <em>wonderful</em>, <em>cool</em>, <em>better</em> e chi più ne ha ne metta.</p>
<p>Ok, sicuramente Jobs e soci (‘ammaestrati’ a dovere) sono entusiasti della propria creatura, ma l’uso reiterato di determinate parole in un discorso ufficiale, conoscendo la vocazione al marketing di Apple, non può che essere il frutto di <strong>un’attenta strategia</strong> dei comunicatori di Infinite Loop. E siamo decisamente più di un passo oltre il “parliamone bene più che possiamo”.  Siamo nel terreno delle <strong>neuroscienze</strong>.</p>
<p><strong>Apple e i <em>keynote speeches</em></strong></p>
<p>Ogni azienda parla bene dei propri prodotti, è lapalissiano, ma l’uso decisamente sovrabbondante di termini particolarmente elogiativi caratterizza il <strong>linguaggio di Jobs</strong> da almeno un decennio (e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=5JyFbF7QFlY" target="_blank">non crediate sia una cosa così scontata</a>). Questa scelta, pur non essendo il fulcro della comunicazione Apple, ha sempre avuto <strong>un ruolo fondamentale</strong> e tutt’altro che scontato, soprattutto se pensiamo a quanto le presentazioni <em>face-to-face</em> siano sempre state importanti per Cupertino (lo stesso termine <em>keynote</em> è ormai un ‘marchio di fabbrica’ Apple).</p>
<p>Infatti, nonostante la ‘clamorosa’ scelta di abbandonare la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Macworld_Conference_%26_Expo" target="_blank">presenza fieristica al Moscone Center</a> (coerentemente con una progressiva ricollocazione/ampliamento sul <em>mass market</em>), le <strong>presentazioni ufficiali</strong> continuano ad avere <strong>un potenziale virale fortissimo e un’eco mediatica senza pari </strong>sui mezzi tradizionali (i quali spesso riprendono pedissequamente le parole di Jobs, usandole come comunicati stampa e titolando “iPad: magico e rivoluzionario”). Non male una pubblicità del genere sulle più importanti prime pagine del mondo.</p>
<p>Il tutto senza tener conto del consistentissimo <em>word of mouth</em> (ma ai tempi di <a href="http://www.torinointernational.com/spot80/spot/henkel-perlana-1986.html" target="_blank">Perlana</a> si chiamava semplicemente passaparola) movimentato da quello zoccolo duro di utenti incondizionatamente entusiasti che gli Apple-critici chiamano Macachi (termine che ricontestualizzeremo più avanti).</p>
<p>Ma vediamo in cosa consiste l’arte oratoria di Steve Jobs.</p>
<p><strong>Le basi del ‘lavaggio del cervello’</strong></p>
<p>I linguisti Bandler e Grinder sono celebri per aver fondato una disciplina, la cui reale scientificità anima ancora accesi dibattiti, secondo la quale è possibile manipolare dei processi neurologici tramite il linguaggio, con lo scopo di ottenere modificazioni negli schemi comportamentali. Il suo nome è <strong>programmazione neurolinguistica</strong>.</p>
<p>Senza volerci avventurare in questo territorio che riserverebbe comunque interessanti spazi di speculazione, ci accontentiamo di battere strade già percorse ma non meno affascinanti ragionando sul funzionamento di mente e cervello. E soffermandoci, purtroppo con la brevità richiesta dal contesto, su specifici aspetti.</p>
<p>Premettiamo che siamo convinti che il principale motivo del <strong>vantaggio competitivo</strong> che ha <strong>Apple</strong> sui propri concorrenti sia una reale qualità dei prodotti commercializzati. Nonostante questo però non possiamo negare la straordinaria importanza del marketing nel successo della Mela, e vogliamo pertanto iniziare questa analisi facendoci una domanda: <strong>perché sentire Jobs</strong> che ripete come un mantra le lodi di un telefono piuttosto che di un computer <strong>dovrebbe convincerci</strong> della loro superiorità?</p>
<p>Facciamo un passo indietro per farne due avanti.</p>
<p>Quando si cerca di spiegare le basi del <strong>funzionamento neurologico della memoria</strong> a un interlocutore che sia a digiuno di conoscenze specifiche a riguardo, si adotta spesso <strong>l’immagine della ‘melosità’</strong> (no, paradossalmente Apple qui non c’entra).</p>
<p>Si prende infatti come esempio una mela. <strong>La conoscenza </strong>che abbiamo di un oggetto tanto semplice, nella sua marginalità, è comunque <strong>il risultato di un insieme di esperienze sensoriali e nozioni acquisite</strong>. Sappiamo che è un frutto, che è commestibile, che ha un determinato aspetto e che però si può presentare con forme anche molto varie, che ha determinate proprietà organolettiche, un preciso insieme di consistenze, che nella nostra lingua è identificato da quattro lettere in una precisa sequenza e che ad esse corrispondono quattro precisi suoni, sappiamo che generalmente viene sbucciato e consumato a spicchi, che è l’evoluzione del fiore di un albero dal nome preciso, che è tipico di certe zone del mondo e di certi climi, che è un prodotto d’eccellenza di alcune regioni del nord italia, che è ottimo in cucina in particolare per la preparazione dei dolci, che per la tradizione cattolica è il frutto del peccato, che è il simbolo di una marca di Cupertino nonché della casa discografica dei Beatles, che è il cibo avvelenato offerto dalla strega a Biancaneve, che è uno dei nomi con i quali è conosciuta New York e così via.</p>
<p>Come vedete anche solo una semplice mela, nel nostro cervello, non <strong>è identificata</strong> tanto dalle singole informazioni che abbiamo sull’oggetto stesso quanto <strong>dalla particolare configurazione dei collegamenti</strong> di una serie di nozioni ed esperienze. E il motivo per cui esistono tali collegamenti è che la <strong>ripetuta associazione</strong> di due concetti nello stesso contesto comporta una serie di <strong>modificazioni biofisiche e biochimiche nelle interconnessioni neuronali</strong>. Semplificando, gli stimoli ambientali modificano la forma fisica del nostro cervello e quella mateforica della nostra mente. Facendo un paragone tra le reti neurali e internet, è come se Google restituisse in una posizione più alta tra i risultati di ricerca una determinata associazione di due pagine web perché tra esse ha rilevato un altissimo numero di collegamenti ipertestuali reciproci.</p>
<p>Considerato che tale meccanismo di <strong>formazione di un &#8216;concetto/ricordo&#8217;</strong> (o meglio traccia mnestica o più astrattamente engramma) è <strong>relativamente indipendente dalla nostra volontà</strong>, la <strong>ripetuta esposizione</strong> a una serie di termini (che sono comunque parole del linguaggio comune, quindi di per sé fortemente sedimentate nella memoria e ramificate nel nostro bagaglio di esperienze) in relazione ad un concetto terzo (in questo caso l’iPad), facilita la creazione inconscia di una connessione e addirittura di un’identità tra i termini accostati (soprattutto se stiamo affidando alle parole del venditore Jobs la primissima conoscenza di un prodotto). Steve Jobs sa bene che <strong>la ripetizione plasma la nostra corteccia cerebrale</strong>.</p>
<p>Ma è solo adesso che arriva la parte più interessante. Cosa c&#8217;entra l&#8217;iPad con i ricordi della nostra infanzia? E a livello neurale cosa abbiamo in comune con delle scimmie che mangiano un gelato immaginario? E cosa c&#8217;entrano i neuro-ormoni con un tablet pc e una precisa area corticale con l&#8217;idea di status symbol? Lo scopriremo domenica. Meraviglioso.</p>
<p>(illustrazione di Jon Berkeley)</p>
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		<title>Apple, Google e pubblicità: il futuro è adesso.</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 11:24:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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Ad avviso di chi scrive la next big thing del web non sono né il cloud computing (guardando la recente presentazione di Chrome OS era impossibile non pensare agli eccessivi limiti in termini di prestazioni di un ‘calcolo diffuso’) né il web semantico (che sembra più un ricorrente fantasma del natale futuro), quanto l’avvento dell’internet of things.
La diffusione della connettività ad un numero sempre crescente di oggetti quotidiani (basti pensare alla crescente presenza di QR codes su riviste di ogni genere, che permettono l’accesso a contenuti multimediali semplicemente inquadrando la ...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="mobile advertising" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/bw.jpg" alt="mobile advertising" width="584" height="243" /></p>
<p>Ad avviso di chi scrive la <em>next big thing</em> del web non sono né il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_computing" target="_blank"><em>cloud computing</em></a> (guardando la recente presentazione di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/11/google-os.shtml" target="_blank">Chrome OS</a> era impossibile non pensare agli eccessivi limiti in termini di prestazioni di un ‘calcolo diffuso’) né il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Web_semantico" target="_blank">web semantico</a> (che sembra più un ricorrente fantasma del natale futuro), quanto l’<strong>avvento dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Internet_delle_cose" target="_blank"><em>internet of things</em></a></strong>.</p>
<p>La diffusione della connettività ad un numero sempre crescente di oggetti quotidiani (basti pensare alla crescente presenza di <a href="http://blog.panorama.it/hitechescienza/2009/12/10/qr-code-il-codice-che-cambia-il-modo-di-comunicare/" target="_blank"><strong><em>QR codes</em></strong></a> su riviste di ogni genere, che permettono l’accesso a contenuti multimediali semplicemente inquadrando la pagina di un giornale), unitamente ai primi esempi realmente funzionanti di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Realt%C3%A0_aumentata" target="_blank"><strong><em>realtà aumentata</em></strong></a> (nell’AppStore per iPhone iniziano a comparirne sempre più), ci fanno credere che quell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ubiquitous_computing" target="_blank"><strong>ubiquitous computing</strong></a> che da un po’ alberga nella fantasia (e negli incubi) di molti sia davvero alle porte.</p>
<p>In questo panorama di grandi cambiamenti era inevitabile che la rivoluzione toccasse anche la pubblicità. Così, mentre il tradizionale sistema dei <em>mass media</em> si divide nelle strade tangenti e opposte dei <em>social media</em> e dei <strong><em>personal media</em></strong>, gli inserzionisti pubblicitari hanno sempre più bisogno di parlare ai singoli individui. Il Grande Fratello di Orwelliana memoria è arrivato e vuole venderci un detersivo.</p>
<p>Qui entrano in gioco <strong>Apple e Google</strong>: per ora gli unici due veri contendenti nel far west dell’<strong><em>internet advertising</em></strong>.</p>
<p>Apple, dominante nel mondo della connettività mobile (l’anti-iPhone <strong>Nexus One</strong> di Google, nella prima settimana sul mercato, <a href="http://www.allmobileworld.it/wp-content/uploads/2010/01/N1sales.jpg" target="_blank">ha venduto solo 20.000 pezzi</a> contro il 1.600.000 della prima settimana del Melafonino), si è recentemente fatta forte dell’incorporazione nella propria struttura aziendale di <strong>Quattro Wireless</strong>, azienda di <em>mobile advertising</em> in grado di competere direttamente con l’AdMob recentemente acquisita a Mountain View. Ora, a testimonianza di un possibile terremoto nel settore, giungono indiscrezioni dalle pagine di Business Week riguardo a dei <strong>nuovi brevetti da parte di Cupertino</strong>.</p>
<p>Sembra infatti che Steve Jobs abbia in mente un nuovo sistema integrato di pubblicità da visualizzare nel browser di iPhone che sfrutti tutte informazioni fornite dallo smartphone per tarare il messaggio promozionale sulle necessità e le abitudini del singolo utente. Così la geolocalizzazione offerta dal GPS, le preferenze multimediali riferite da iTunes e le abitudini registrate da AppStore (o magari da Nike+) potrebbero diventare un cavallo di troia delle aziende nel personalissimo universo di ogni acquirente.</p>
<p>Se consideriamo che inoltre il muro tra <em>smartphone</em> e computer potrebbe subire un ulteriore duro colpo dal prossimo tablet di Jobs (l’<strong>iTablet</strong> o <strong>iSlate</strong> potrebbe essere presentato il 27 gennaio allo <em>Yerba Buena Center For The Arts</em> di San Francisco) e che nel futuro della Mela potrebbe esserci la pubblicità integrata nei sistemi operativi, la Apple potrebbe diventare in breve tempo un attore di primissimo piano nel panorama delle inserzioni online.</p>
<p>Qui però entra in scena <strong>Google</strong>. La company di Brin e Page infatti non si è fermata alla sopracitata acquisizione di AdMob, ma ha presentato all’US Patent &amp; Trademark Office un <strong>brevetto potenzialmente rivoluzionario</strong>.</p>
<p>Nonostante non si siano ancora placate le pur giuste polemiche sull’invasività di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Google_Street_View" target="_blank"><strong>StreetView</strong></a>, il ‘navigatore fotografico’ della grande G, a Mountain View hanno pensato alla possibilità, per ora solo sulla carta, di <strong>sostituire gli annunci pubblicitari</strong> fotografati dalle Google Cars <strong>con <em>web ad</em></strong> pagati da inserzionisti, magari tramite un sistema simile ai consolidati AdSense e AdWords. Questo tipo di pubblicità, come quello pensato da Apple, avrebbe il ‘vantaggio’ di essere geolocalizzato, personalizzato e (considerando le ambizioni facilmente deducibili da progetti come <em>Nexus</em>, <em>Android</em> e <em>Chrome OS</em>) mobile.</p>
<p>Il terreno su cui si giocheranno le battaglie del futuro, insomma, è proprio questo: quello del <em>personal advertising</em> e dell’<em>internet of things</em>. Le prospettive sono inquietanti, certo, ma la presenza sempre più massiccia delle pubblicità virtuali ci permette di immaginare un domani, forse un po’ utopico, nel quale la dematerializzazione degli annunci possa <strong>liberare gli spazi reali</strong> dall’ingombrante presenza della pubblicità tradizionale, restituendoci l’identità storico-architettonica delle nostre città, strappataci dagli ultimi cinquant’anni di consumismo.</p>
<p>E speriamo che nessuno ci tolga il sacrosanto diritto di tenere spento il cellulare.</p>
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		<title>È fatta: Google dice no alla censura Cinese.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 11:16:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La natura pervasiva della rete  è difficile da controllare. Già in passato abbiamo commentato il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.
L’Iran di Ahmadinejad però non è la Cina di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico schierarsi contro la censura ha costi ben diversi. (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="google dice no alla censura" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2010/01/cina.jpg" alt="google dice no alla censura" width="584" height="243" /></p>
<p>La natura pervasiva della rete  è difficile da controllare. Già in passato <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/06/16/elezioni-in-iran-la-censura-e-la-rete/" target="_blank">abbiamo commentato</a> il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.</p>
<p>L’Iran di Ahmadinejad però non è la <strong>Cina</strong> di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico <strong>schierarsi contro la censura</strong> ha costi ben diversi. Per le multinazionali del web infatti non scendere a patti con i controllori della superpotenza <strong>significherebbe</strong> incorrere in oscuramento certo e quindi <strong>rinunciare a un mercato di 300 milioni di utenti</strong>: un bacino ormai superiore anche all’utenza internet statunitense e decisamente allettante.</p>
<p>Per queste ragioni, nonostante il popolo di Seattle abbia insegnato ai colletti bianchi la convenienza in termini di vantaggio competitivo offerta da una condotta etica dell’impresa (e nonostante l’atavica allergia alle regole dei guru di internet), i numeri uno del web hanno via via capitolato alle richieste del governo cinese, escludendo dai propri siti una nutrita lista di argomenti sgraditi alla sala dei bottoni (su tutte le spinose questioni del Tibet e dello Xinjang).</p>
<p>Così <strong>Yahoo!</strong>, <strong>collaborazionista</strong> numero uno insieme al portale cinese Baidu, è arrivata ad eliminare il 97% delle keyword scottanti, nonché a coadiuvare la polizia locale sin dal 2002 nella <a href="http://punto-informatico.it/1461527/PI/News/dissidenti-cinesi-nuove-accuse-yahoo.aspx" target="_blank"><strong>caccia ai dissidenti</strong></a> e addirittura a consegnare spontaneamente alle autorità cinesi la corrispondenza di alcuni attivisti democratici (suscitando ufficialmente le ire di Julien Pain, responsabile di Reporters Sans Frontières). Altri attori del web non sono stati da meno, e così <strong>Google ha bloccato l’83% dei contenuti proibiti</strong>, <strong>MSN Search il 78%</strong> e <strong>Apple ha censurato</strong> dall’AppStore per iPhone <strong>due applicazioni</strong> riguardanti il Dalai Lama.</p>
<p>In questo sconfortante panorama di asservimento e business è però successo qualcosa, qualcosa di molto importante. <strong>Ieri Google ha detto no</strong>.</p>
<p>Dal blog ufficiale dell’azienda <a href="http://googleblog.blogspot.com/2010/01/new-approach-to-china.html" target="_blank">arriva l’annuncio</a> di “un nuovo approccio verso la Cina”. Intorno alla metà di dicembre i server di Gmail, il servizio di posta made in Mountain View, hanno subito una <strong>pesante offensiva da parte di hacker</strong> intenzionati a intercettare la corrispondenza privata degli attivisti per i diritti umani. Questi attacchi, il cui mittente viene solo tacitamente riconosciuto nei leader della Repubblica Popolare, rappresentano chiaramente <strong>un’attività di</strong> <strong>spionaggio di stato finalizzata alla soppressione dei diritti umani e civili</strong>.</p>
<p>Evidentemente, a casa di Brin e Page, qualcuno si è reso conto che quando si fanno compromessi al ribasso il gioco non vale la candela, e che per un’azienda il cui motto è “<em>don’t be evil</em>” c’era qualche contraddizione di troppo. Così è arrivata la decisione, e da oggi verranno <strong>ufficialmente rimossi tutti i filtri censori</strong> da parte del motore statunitense, mentre alla casa base si valuta l’eventualità non troppo remota della chiusura della sede Cinese.</p>
<p>Il dietrofront dell’attore numero uno del web apre <strong>scenari interessanti</strong>. L’idea che le regole della rete possano stravolgere i meccanismi tradizionali dell’economia torna ad affacciarsi alla mente dei più ottimisti, e intanto in molti iniziano a farsi una domanda: se il business con la ‘G’ maiuscola si tira indietro davanti al calpestamento dei diritti umani, quanto potere rimane ai regimi? <strong>Hu Jintao cambierà rotta</strong>? <strong>Diteci la vostra nei commenti</strong>!</p>
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		<title>Idee forti. Gestire la credibilità.</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 16:37:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le idee che fanno presa, le cosiddette ‘idee forti’, sono quelle idee di successo in grado di esser facilmente ricordate e comprese e che risultano efficaci nel condizionare i pensieri e i comportamenti di un vasto numero di persone. Tali idee, nella loro eterogeneità, devono comunque rispettare sei principi fondamentali riassunti dall’acronimo SUCCESs (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="credibilità" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/glue.jpg" alt="credibilità" width="584" height="243" /></p>
<p><strong><em>Le idee che fanno presa</em></strong><em>, le cosiddette ‘idee forti’, sono quelle idee di successo in grado di esser <strong>facilmente ricordate e comprese</strong> e che risultano <strong>efficaci nel condizionare i pensieri e i comportamenti</strong> di un vasto numero di persone. Tali idee, nella loro eterogeneità, devono comunque rispettare <strong>sei principi fondamentali</strong> riassunti dall’acronimo SUCCESs (<strong>simple, unexpected, concrete, credentialed, emotional, stories</strong>) e devono cioè essere semplici, inaspettate, concrete, credibili, emotivamente coinvolgenti e in grado di esser percepite come storie. Oggi ci concentreremo sul <strong>fattore credibilità</strong>, raccontando la storia<strong> </strong>di <strong>due medici</strong> molto ambiziosi.</em></p>
<p>Nel corso della propria vita, in occidente, una persona su dieci avrà un’<strong>ulcera</strong>. Si è sempre ritenuto che la corrosione delle pareti gastriche tipica delle ulcere fosse dovuta a una produzione eccessiva di acidi, e si pensava che le principali cause di questa patologia potessero essere solo lo stress o l’abuso di cibi piccanti e sostanze alcoliche.</p>
<p>All’inizio degli <strong>anni ‘80</strong> gli australiani <strong>Barry Marshall e Robin Warren</strong> fecero però <strong>una scoperta sorprendente:</strong> <strong>la causa</strong> dell’ulcera gastrica <strong>non erano gli acidi ma un batterio spiraliforme</strong> (in seguito battezzato <em>Helicobacter Pylori</em>). L’importanza di questa scoperta risiedeva nella novità di poter curare in pochissimi giorni la malattia con una semplice terapia antibiotica, <strong>eppure</strong>, nonostante i due avessero dato straordinarie prospettive di guarigione ad alcune centinaia di milioni di esseri umani, <strong>la comunità scientifica li aveva totalmente ignorati</strong>. Nessuno credeva alla loro scoperta.</p>
<p>Gli acidi gastrici sono in grado di sciogliere tanto una bistecca quanto un chiodo di ferro, e all’epoca era difficile credere che dei batteri potessero proliferare in un ambiente tanto ostile. A peggiorare la situazione c’era il fatto che <strong>i due</strong> personaggi da cui veniva la notizia non erano dei ricercatori di fama, bensì rispettivamente <strong>un patologo dell’ospedale di Perth e un internista tirocinante</strong>.</p>
<p><strong>Isolati dalla comunità medica</strong>, nonostante i numerosi tentativi, Marshall e Warren non riuscirono a ottenere una sola pubblicazione su nessuna rivista di settore, e anzi alla presentazione pubblica della scoperta, il fatto che le conclusioni fossero state tratte da una correlazione e non da un rapporto di causalità (non tutti gli individui infestati dall’<em>H. Pylori</em> avevano l’ulcera) aveva fatto definitivamente cadere nel dimenticatoio la notizia.</p>
<p><strong>Nel 1984</strong>, quando la frustrazione si era definitivamente sostituita alla pazienza, <strong>il patologo</strong> decise di fare una dimostrazione pubblica: <strong>bevve deliberatamente un bicchiere di acqua contenente almeno un miliardo di batteri elicoidali</strong>. Nei giorni successivi, al sopravvenire di forti dolori gastrici, usando un endoscopio dimostrò quindi come le pareti precedentemente sane del suo stomaco presentassero ora segni di una gastrite ulcerosa, e in seguito, dopo la cura a base di antibiotici e bismuto, come questa fosse completamente sparita. Eppure nonostante un rinnovato interesse per la questione, neanche questo bastò: alcuni scienziati trovarono da cavillare riguardo al fatto che l’ulcera fosse solo a uno stadio iniziale. Negli anni successivi, nonostante l’appassionata battaglia degli australiani, la loro credibilità migliorò ma non di molto.</p>
<p>Ci fu poi un momento nel quale Marshall e Warren riuscirono a trovare riscatto.</p>
<p><strong>Nel 2005</strong> venne dato al mondo un annuncio che avrebbe rimescolato le carte in tavola: un patologo di provincia e un ex internista <strong>avevano vinto il premio Nobel per la medicina</strong>. A quel punto nessuno mise in discussione l’attendibilità della commissione insignita dal governo Svedese, e gli sfortunati scienziati australiani poterono finalmente godersi i meritati riconoscimenti. Tutti erano pronti a dire di aver sempre riconosciuto il ruolo dell’<em>Helicobacter Pylori</em> nella formazione dell’ulcera.</p>
<p><strong>Perché quasi nessuno aveva mai creduto</strong> alla scoperta prima dell’ufficializzazione data dal premio Nobel? E perché la dimostrazione autolesionista organizzata da Marshall aveva svolto un ruolo fondamentale nel riconoscimento del traguardo medico?</p>
<p>La <strong><em>credibilità esterna</em></strong> del premio Nobel, cioè la capacità di un contesto ambientale o di uno status di suscitare sentimenti positivi condivisi, compensava la scarsa attendibilità della quale godevano i profili professionali degli australiani agli occhi di preclari ricercatori ben più blasonati. Allo stesso tempo la <strong><em>credibilità interna</em></strong><em> </em>della dimostrazione fornita da Barry Marshall, che godeva di un’oggettività intrinseca, era perfettamente in grado di sedimentarsi, pur lentamente, come <strong>un’idea forte</strong>: era semplice, concreta, sorprendente, fattuale, emotiva e narrativa. I ‘numeri’ c’erano tutti.</p>
<p>Certi punti sono fondamentali da rispettare, sia che vi sentiate delle cassandre inascoltate, sia che siate dei leader populisti che intendono manipolare l’opinione pubblica seguendo <em>step</em> ben determinati e organizzati. <strong>La verità c’entra poco con la credibilità</strong>, lo dimostra l’esistenza delle leggende metropolitane (e non solo).</p>
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		<title>Costruire le emozioni.</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 14:48:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vance Packard, nelle pagine del suo imprescindibile “I Persuasori Occulti”, in tempi non sospetti aveva profetizzato come il futuro della persuasione si sarebbe giocato anche sul terreno dell’emotività. A ben pensarci, però, già nell’ars oratoria classica si faceva leva sui sentimenti per convincere (movere) il pubblico. Per un comunicatore che voglia condizionare i comportamenti del proprio uditorio (ad esempio (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="emozioni" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/emotion.jpg" alt="emozioni" width="584" height="243" /></p>
<p>Vance Packard, nelle pagine del suo imprescindibile “I Persuasori Occulti”, in tempi non sospetti aveva profetizzato come il futuro della <strong>persuasione</strong> si sarebbe giocato anche sul terreno dell’emotività. A ben pensarci, però, già nell’<em>ars oratoria</em> classica si faceva leva sui sentimenti per convincere (<em>movere</em>) il pubblico. Per un comunicatore che voglia condizionare i comportamenti del proprio uditorio (ad esempio un pubblicitario, un commerciante ma anche un politico) è quindi fondamentale capire quali siano le <strong>basi del funzionamento delle emozioni</strong>, e c’è un modo semplicissimo per spiegarne in modo elementare l’essenza: pensare al funzionamento di un <em>jukebox.</em></p>
<p>Per provare un’emozione è fondamentale che insieme a un’<strong>attivazione fisiologica</strong> ci sia anche un’<strong>interpretazione cognitiva</strong> di tale attivazione. Quindi in presenza di un <em>arousal</em> (cioè un’attivazione fisica, ovvero la monetina del <em>jukebox</em>) avremo una diversa emozione (la canzone) a seconda dell’interpretazione cognitiva che ne daremo (il tasto di selezione del <em>jukebox</em>). Questa brillante metafora venne fornita da Stanley Shachter, padre di uno dei più accreditati modelli funzionali dell’attivazione emotiva (quello del <em>jukebox</em>, per l’appunto) e riassume in poche parole la duplice natura biologica e cognitiva delle emozioni.</p>
<p><strong>Un esperimento</strong> condotto da Shachter dimostra proprio questo processo: ad un campione di individui venne <strong>somministrata una dose di adrenalina</strong>. La sostanza aveva lo scopo di produrre nell’organismo dei soggetti clinici le reazioni fisiologiche normalmente collegate alla paura: aumento della pressione sanguigna, della frequenza del battito cardiaco e della risposta psicogalvanica (cioè la risposta elettrica della pelle). <strong>Una parte del campione era consapevole</strong> della sostanza iniettata e dei suoi effetti, mentre l’altra parte aveva ricevuto informazioni false tanto sulla sostanza (spacciata per un mix di vitamine) che sui suoi effetti.</p>
<p>Quando sottoposti a degli stimoli ambientali (in un primo esperimento un collaboratore di Shachter ostentava gioia manifesta mentre in un secondo mostrava rabbia e insofferenza), <strong>solo gli individui correttamente informati avevano una condotta coerente</strong> <strong>con la propria interocezione e propriocezione</strong> (ovvero la percezione dei cambiamenti biochimici e fisiologici a livello dei visceri e dell’apparato muscolo-scheletrico). Ciò dimostrava come l’emozione, per essere riconosciuta dalla mente, abbia bisogno di un’interpretazione collegata al contesto.</p>
<p>C’è un elemento che però può essere ancora più utile per capire meglio l’emozione e far sì che anche chi non voglia cimentarsi con ostili volumi di neuropsicologia possa avere un’idea di base delle interazioni che le regolano: il <strong>fiore di Plutchik</strong>.</p>
<p>Robert Plutchik nel 1980 ha proposto una <strong>teoria pseudoevoluzionistica delle emozioni</strong>, in base alla quale <strong>tutte le esperienze emotive</strong> che proviamo possono essere <strong>riconducibili all’interazione di una decina di emozioni fondamentali</strong>. L’infinita gamma di emozioni che possiamo sperimentare sono quindi tutte da ricollegare a stati misti di emozioni primarie che sono individuabili come coppie di polarità opposte, ognuna delle quali variabile in intensità e in somiglianza reciproca.</p>
<p>Con buona pace di filosofi e poeti, potete quindi ricordarvi che l’amore ‘non è altro’ che un’emozione secondaria derivata dall’incontro di accettazione e gioia.</p>
<p>Utile, se dovete vendere una scatola di biscotti.</p>
<p align="center"><img class="size-full wp-image-998 alignnone" title="fiore di Plutchik" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/12/plutchik_flower.jpg" alt="fiore di Plutchik" width="479" height="480" /></p>
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		<title>Persuasione e udito: teoria sinistra.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 09:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Circa otto persone su cento sono mancine. L’uso del lato sinistro del corpo nei movimenti e gesti automatici e volontari significa che, in queste persone, vi è una prevalenza funzionale dell’emisfero destro del cervello. Eppure sembra che tra gli animali non ci sia una significativa differenza percentuale tra mancini e destrimani. 
Perché il mancinismo è un fenomeno tipicamente umano e cosa ha a che fare con la persuasione? (..)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-332" title="persuasione" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/11/broca.jpg" alt="persuasione" width="584" height="243" /></p>
<p>Circa otto persone su cento sono mancine. L’uso del lato sinistro del corpo nei movimenti e gesti automatici e volontari significa che, in queste persone, vi è una prevalenza funzionale dell’emisfero destro del cervello. Eppure sembra che tra gli animali non ci sia una significativa differenza percentuale tra <strong>mancini</strong> e destrimani: perché il mancinismo è un <strong>fenomeno</strong> <strong>tipicamente</strong> <strong>umano</strong>?</p>
<p>La ragione è da ricercarsi nell’<strong>evoluzione</strong> umana. I ritrovamenti archeologici dei manufatti dell’uomo primordiale testimoniano una realtà in seguito confermata dalla neurologia moderna: la prevalenza dei destrimani sui mancini è cominciata in quel momento incancellabile in cui è iniziata la <strong>storia del linguaggio</strong>.</p>
<p>Le aree cerebrali adibite alla generazione e al controllo della parola sono principalmente due e sono precisamente individuabili nell’<strong>emisfero sinistro del cervello</strong>. I loro nomi sono area di Broca (collocata nel piede della terza circonvoluzione frontale) e area di Wernicke (nella sezione posteriore del giro temporale superiore) e sono collegate da un percorso neuronale conosciuto come ‘fascicolo arcuato’.</p>
<p>La presenza di funzioni così importanti per la specie umana nell’emisfero sinistro ha reso ‘<strong>dominante</strong>’ nella quasi totalità delle persone la metà del cervello che <strong>controlla i movimenti della parte destra del corpo</strong>, e da qui è derivata la naturale prevalenza dei mancini sui destrimani.</p>
<p>Questa premessa sui legami ‘insospettabili’ tra morfologia cerebrale e azioni quotidiane ci torna utile per parlare di persuasione.</p>
<p>Due signori italiani si sono recati in una <strong>discoteca</strong>, luogo in cui l’interferenza ‘rumorosa’ è a livelli decisamente alti, e hanno iniziato a <strong>chiedere una sigaretta</strong> a molte persone. Tra queste, la percentuale di quelle che accettavano di offrirne una era decisamente superiore tra gli individui cui la domanda fosse stata rivolta in direzione dell’<strong>orecchio destro</strong>.</p>
<p>I due uomini, Mario Tommasi e Daniele Marzoli, sono due ricercatori che, approfondendo in seguito i risultati in sede empirica controllata, hanno provato come le <strong>richieste elaborate dall’emisfero sinistro</strong> del cervello siano <strong>più facilmente ottemperate</strong>, per via della maggiore immediatezza con la quale vengono processate dalle aree corticali dedite all’elaborazione logico-linguistica. Queste risultanze fanno ovviamente felici tanto i &#8216;persuasori di professione&#8217; quanto i fumatori. Trovate tutto nel libro “<em>Preferenze aurali spontanee in condizioni di rumore ambientale</em>”.</p>
<p>La prossima volta che dovrete convincere qualcuno, saprete da quale orecchio &#8216;ci sente meglio&#8217;.</p>
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		<title>Digitale terrestre terra terra.</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 10:32:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>BlogComunicazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci siamo: il digitale terrestre è arrivato anche a Roma. La politica si fa vanto del fatto che la Città Eterna sia la prima capitale europea ad aver effettuato lo switch off della TV analogica, ma con una certa nonchalance tralascia di far notare l'allarmante ritardo con il quale il nostro paese si sta presentando all'appuntamento con le nuove tecnologie che contano davvero, banda larga in testa. E mentre gli amichevoli volti televisivi salutano emozionati (e pilotati) la 'nuova era' della televisione, arrivano le prime lamentele per i forti problemi di ricezione. Così, come è già accaduto (...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-213" title="dtt" src="http://www.blogcomunicazione.com/wp-content/uploads/2009/11/dtt.jpg" alt="dtt" width="584" height="243" /></p>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo: <strong>il digitale terrestre</strong> è arrivato anche <strong>a Roma</strong>. La politica si fa vanto del fatto che la Città Eterna sia la prima capitale europea ad aver effettuato lo <em>switch off</em> della TV analogica, ma con una certa <em>nonchalance</em> tralascia di far notare l&#8217;allarmante ritardo con il quale il nostro paese si sta presentando all&#8217;appuntamento con le nuove tecnologie che contano davvero, <a href="http://www.blogcomunicazione.com/2009/11/14/lo-spirito-del-tempo/" target="_blank">banda larga in testa</a>. E mentre gli amichevoli volti televisivi salutano emozionati (e pilotati) la &#8216;nuova era&#8217; della televisione, arrivano le prime lamentele per i forti <strong>problemi di ricezione</strong>. Così, come è già accaduto anche in altre regioni, alcuni canali sono spariti dalla tv analogica senza ancora arrivare sulla dtt (digital terrestrial television). E gli abbonamenti al digitale satellitare (leggi Sky) aumentano di numero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che la <strong>tecnologia dtt</strong>, che viene spacciata come &#8216;rivoluzionaria&#8217;, è in realtà già <strong>morta sul nascere</strong>. Inanzitutto gli impianti di trasmissione sono estremamente <strong>costosi</strong> e vergognosamente <strong>esosi da un punto di vista energetico</strong> (nonché fonte di inquinamento elettromagnetico). C&#8217;è poi da considerare che, data la peculiare natura orografica del territorio italiano, la loro <strong>collocazione</strong> potrebbe essere molto più <strong>problematica</strong> che nel resto d&#8217;Europa (con il rischio di ripetere gli ingentissimi sforzi economici sostenuti dalla RAI negli anni &#8217;60 per portare i ripetitori in valli e montagne). Eppure se a bilanciare queste difficoltà vi fosse una reale qualità della tecnologia, probabilmente le accetteremmo tutti di buon grado.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il punto è che, per quanto sia ampio il <strong>numero di frequenze</strong> gestibili dal digitale terrestre, è pur sempre <strong>limitato</strong>. E mentre SkyTg24 può trasmettere contemporaneamente 6 trasmissioni diverse e contemporanee nello stesso canale, per ottenere lo stesso risultato la tecnologia dtt dovrebbe occupare <strong>una frequenza per ogni trasmissione</strong>. Per finire sia aggiunge un problema legato a quello che è il vero futuro delle trasmissioni televisive: l&#8217;alta definizione. Un canale HD sul digitale terrestre richiederà un impiego di frequenze considerevolmente superiore a quello dei trasmissioni tradizionali, limitando ulteriormente il bouquet offerto da questa mirabile tecnologia di cui tutti sentivamo il bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire&#8230; Benvenuti nel passato!</p>
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