Apple, Google e pubblicità: il futuro è adesso.

Ad avviso di chi scrive la next big thing del web non sono né il cloud computing (guardando la recente presentazione di Chrome OS era impossibile non pensare agli eccessivi limiti in termini di prestazioni di un ‘calcolo diffuso’) né il web semantico (che sembra più un ricorrente fantasma del natale futuro), quanto l’avvento dell’internet of things.
La diffusione della connettività ad un numero sempre crescente di oggetti quotidiani (basti pensare alla crescente presenza di QR codes su riviste di ogni genere, che permettono l’accesso a contenuti multimediali semplicemente inquadrando la pagina di un giornale), unitamente ai primi esempi realmente funzionanti di realtà aumentata (nell’AppStore per iPhone iniziano a comparirne sempre più), ci fanno credere che quell’ubiquitous computing che da un po’ alberga nella fantasia (e negli incubi) di molti sia davvero alle porte.
In questo panorama di grandi cambiamenti era inevitabile che la rivoluzione toccasse anche la pubblicità. Così, mentre il tradizionale sistema dei mass media si divide nelle strade tangenti e opposte dei social media e dei personal media, gli inserzionisti pubblicitari hanno sempre più bisogno di parlare ai singoli individui. Il Grande Fratello di Orwelliana memoria è arrivato e vuole venderci un detersivo.
Qui entrano in gioco Apple e Google: per ora gli unici due veri contendenti nel far west dell’internet advertising.
Apple, dominante nel mondo della connettività mobile (l’anti-iPhone Nexus One di Google, nella prima settimana sul mercato, ha venduto solo 20.000 pezzi contro il 1.600.000 della prima settimana del Melafonino), si è recentemente fatta forte dell’incorporazione nella propria struttura aziendale di Quattro Wireless, azienda di mobile advertising in grado di competere direttamente con l’AdMob recentemente acquisita a Mountain View. Ora, a testimonianza di un possibile terremoto nel settore, giungono indiscrezioni dalle pagine di Business Week riguardo a dei nuovi brevetti da parte di Cupertino.
Sembra infatti che Steve Jobs abbia in mente un nuovo sistema integrato di pubblicità da visualizzare nel browser di iPhone che sfrutti tutte informazioni fornite dallo smartphone per tarare il messaggio promozionale sulle necessità e le abitudini del singolo utente. Così la geolocalizzazione offerta dal GPS, le preferenze multimediali riferite da iTunes e le abitudini registrate da AppStore (o magari da Nike+) potrebbero diventare un cavallo di troia delle aziende nel personalissimo universo di ogni acquirente.
Se consideriamo che inoltre il muro tra smartphone e computer potrebbe subire un ulteriore duro colpo dal prossimo tablet di Jobs (l’iTablet o iSlate potrebbe essere presentato il 27 gennaio allo Yerba Buena Center For The Arts di San Francisco) e che nel futuro della Mela potrebbe esserci la pubblicità integrata nei sistemi operativi, la Apple potrebbe diventare in breve tempo un attore di primissimo piano nel panorama delle inserzioni online.
Qui però entra in scena Google. La company di Brin e Page infatti non si è fermata alla sopracitata acquisizione di AdMob, ma ha presentato all’US Patent & Trademark Office un brevetto potenzialmente rivoluzionario.
Nonostante non si siano ancora placate le pur giuste polemiche sull’invasività di StreetView, il ‘navigatore fotografico’ della grande G, a Mountain View hanno pensato alla possibilità, per ora solo sulla carta, di sostituire gli annunci pubblicitari fotografati dalle Google Cars con web ad pagati da inserzionisti, magari tramite un sistema simile ai consolidati AdSense e AdWords. Questo tipo di pubblicità, come quello pensato da Apple, avrebbe il ‘vantaggio’ di essere geolocalizzato, personalizzato e (considerando le ambizioni facilmente deducibili da progetti come Nexus, Android e Chrome OS) mobile.
Il terreno su cui si giocheranno le battaglie del futuro, insomma, è proprio questo: quello del personal advertising e dell’internet of things. Le prospettive sono inquietanti, certo, ma la presenza sempre più massiccia delle pubblicità virtuali ci permette di immaginare un domani, forse un po’ utopico, nel quale la dematerializzazione degli annunci possa liberare gli spazi reali dall’ingombrante presenza della pubblicità tradizionale, restituendoci l’identità storico-architettonica delle nostre città, strappataci dagli ultimi cinquant’anni di consumismo.
E speriamo che nessuno ci tolga il sacrosanto diritto di tenere spento il cellulare.


















Apple sempre di più Catalizzatrice di servizi.
Lascia un commento!