È fatta: Google dice no alla censura Cinese.

La natura pervasiva della rete è difficile da controllare. Già in passato abbiamo commentato il ruolo svolto dai blogger iraniani nel liberarsi della mordacchia del censore, eppure in quello stesso contesto siamo stati costretti a riconoscere come sia ancora relativamente facile per i governi liberticidi limitare pesantemente la libertà offerta dalle nuove tecnologie.
L’Iran di Ahmadinejad però non è la Cina di Hu Jintao, e nel caso del colosso asiatico schierarsi contro la censura ha costi ben diversi. Per le multinazionali del web infatti non scendere a patti con i controllori della superpotenza significherebbe incorrere in oscuramento certo e quindi rinunciare a un mercato di 300 milioni di utenti: un bacino ormai superiore anche all’utenza internet statunitense e decisamente allettante.
Per queste ragioni, nonostante il popolo di Seattle abbia insegnato ai colletti bianchi la convenienza in termini di vantaggio competitivo offerta da una condotta etica dell’impresa (e nonostante l’atavica allergia alle regole dei guru di internet), i numeri uno del web hanno via via capitolato alle richieste del governo cinese, escludendo dai propri siti una nutrita lista di argomenti sgraditi alla sala dei bottoni (su tutte le spinose questioni del Tibet e dello Xinjang).
Così Yahoo!, collaborazionista numero uno insieme al portale cinese Baidu, è arrivata ad eliminare il 97% delle keyword scottanti, nonché a coadiuvare la polizia locale sin dal 2002 nella caccia ai dissidenti e addirittura a consegnare spontaneamente alle autorità cinesi la corrispondenza di alcuni attivisti democratici (suscitando ufficialmente le ire di Julien Pain, responsabile di Reporters Sans Frontières). Altri attori del web non sono stati da meno, e così Google ha bloccato l’83% dei contenuti proibiti, MSN Search il 78% e Apple ha censurato dall’AppStore per iPhone due applicazioni riguardanti il Dalai Lama.
In questo sconfortante panorama di asservimento e business è però successo qualcosa, qualcosa di molto importante. Ieri Google ha detto no.
Dal blog ufficiale dell’azienda arriva l’annuncio di “un nuovo approccio verso la Cina”. Intorno alla metà di dicembre i server di Gmail, il servizio di posta made in Mountain View, hanno subito una pesante offensiva da parte di hacker intenzionati a intercettare la corrispondenza privata degli attivisti per i diritti umani. Questi attacchi, il cui mittente viene solo tacitamente riconosciuto nei leader della Repubblica Popolare, rappresentano chiaramente un’attività di spionaggio di stato finalizzata alla soppressione dei diritti umani e civili.
Evidentemente, a casa di Brin e Page, qualcuno si è reso conto che quando si fanno compromessi al ribasso il gioco non vale la candela, e che per un’azienda il cui motto è “don’t be evil” c’era qualche contraddizione di troppo. Così è arrivata la decisione, e da oggi verranno ufficialmente rimossi tutti i filtri censori da parte del motore statunitense, mentre alla casa base si valuta l’eventualità non troppo remota della chiusura della sede Cinese.
Il dietrofront dell’attore numero uno del web apre scenari interessanti. L’idea che le regole della rete possano stravolgere i meccanismi tradizionali dell’economia torna ad affacciarsi alla mente dei più ottimisti, e intanto in molti iniziano a farsi una domanda: se il business con la ‘G’ maiuscola si tira indietro davanti al calpestamento dei diritti umani, quanto potere rimane ai regimi? Hu Jintao cambierà rotta? Diteci la vostra nei commenti!


















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