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Facebook rafforza il sistema immunitario.

3 dicembre 2009 nessun commento

facebook e salute

Il leviatano Facebook ha raggiunto quota 350.000.000 di iscritti, e mentre le vicende del suo creatore stanno per essere trasposte in un film per il grande schermo da David Fincher e sta per debuttare una nuova interfaccia grafica, Zuckerberg raggiunge per la prima volta il suo popolo virtuale con una lettera aperta nella quale annuncia importanti cambiamenti al sistema di privacy del social network, incentrati principalmente sull’abolizione delle reti geografiche.

Altra tangibile testimonianza della vitalità di Facebook è il No-B Day, manifestazione politica apartitica di dissenso all’attuale governo che promette di dimostrare come, anche nell’organizzazione della rappresentanza civile, la spontaneità dei gruppi Facebook possa rivelarsi molto più efficace di una rappresentanza politica ufficiale sempre più scollata dalla propria base. A prescindere dal colore politico, una vittoria della rete sugli strumenti ‘tradizionali’.

Ma il network sociale per antonomasia e le possibilità di aggregazione offerte dai suoi gruppi e fanpage sempre più numerosi (e fortunatamente sempre un po’ meno inutili), in che modo possono influire sulla nostra salute e psicologia? La nascita di movimenti grassroots proprio da Facebook e la facilità di coordinare attività sociali reali sulla piattaforma virtuale, possono aiutarci a prevenire gravi problemi di salute?

Sembra una domanda alquanto eccentrica, ma la risposta è assolutamente netta, ed è un sonoro “sì”. Appartenere in modo attivo a molti gruppi sociali, siano essi legati a uno status, a un obiettivo comune o a un interesse, fa bene tanto al corpo quanto alla mente.

Bernardette Boden-Albala, ricercatrice della Columbia University, ha dimostrato come, in un campione di 655 pazienti colpiti da Ictus, quelli socialmente isolati avevano una possibilità quasi raddoppiata di avere un nuovo ictus nei cinque anni successivi al primo. L’esclusione da gruppi sociali risultava addirittura più pericolosa di fattori di rischio tradizionali come la cardiopatia coronarica, che aumentavano la probabilità di un nuovo attacco ‘solo’ del 30%.

L’isolamento dalle reti sociali sembra però non avere conseguenze negative solo su pazienti affetti da particolari patologie: Karen Ertel, Maria Glymour e Lisa Berkman della Harvard School of Public Health hanno monitorato 16.638 anziani per un periodo di sei anni, e al termine del periodo di ricerca hanno rilevato un legame particolarmente importante tra inserimento sociale e conservazione delle funzionalità mnestiche: chi era socialmente attivo aveva una perdita di memoria decisamente più contenuta degli individui meno integrati.

Addirittura, secondo una ricerca della Carnegie Mellon University pubblicata su “Psychological Science”, risulta che gli individui meno socievoli hanno paradossalmente il doppio delle probabilità di contrarre un comune raffreddore.

Allo stato attuale solo una percentuale infinitesimale dei gruppi presenti su Facebook ha una reale corrispondenza nella vita di tutti i giorni, ma la progressiva diffusione del social network come medium personale lascia presupporre scenari nei quali l’organizzazione sociale possa essere estremamente facilitata. In attesa di evidenze empiriche più pertinenti, non resta che sperare che ogni volta che clicchiamo il pulsante ‘mi piace’ aumenti il nostro senso di appartenenza a qualche gruppo (insieme alle nostre difese immunitarie).

Mi piace.

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